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November 29 la politica calabreseLa politica nell'era della mercificazione di Tonino Perna La crisi della Regione Calabria sta definitivamente spegnendo le speranze di un radicale cambiamento su cui avevano puntato una buona parte dei calabresi. Il fatto che il fuoco si sia acceso sul caso di un tecnico di chiara fama, come Salvatore Orlando, risulta incomprensibile alla maggioranza dell¹opinione pubblica che appare rassegnata ed impotente. Se un tecnico è valido, se tutti glielo riconoscono, che cos'è che non va? Il fatto di non essere un yesman è un motivo di ostracismo? Si può per semplici ragioni di bottega/partito mandare a l'aria una regione in un momento così cruciale? E' difficile ormai trovare, pur con tutta la buona volontà, una diversità di comportamenti, di valori, nei diversi partiti politici al di là delle dichiarazioni di rito. Basti pensare alla questione morale di Berlinguer, alla diversità ed all'orgoglio del vecchio partito comunista, i cui eredi sembrano scomparsi con la fine del secolo. Così come è difficile invocare una società civile onesta da contrapporre ad un ceto politico disonesto, per la semplice ragione che la maggioranza degli aventi diritto vota per questi rappresentanti. Ci troviamo in un vicolo cieco ed in un momento di profondo smarrimento. In queste note proviamo ad analizzare la situazione da un punto di vista generale, per poi tentare di trovare delle vie d'uscita. Si pone, infatti, una domanda di fondo: che cosa è diventata oggi la politica nell'era del mercato globale ed onnivoro? Nella sua straordinaria opera , Karl Polanyi , uno dei più grandi antropologi-economisti del XX° secolo, denunziava il tentativo del capitalismo di ridurre a merce tutto ciò che esiste e vive sulla terra. E precisava : «Il punto è questo: lavoro, terra e moneta sono elementi essenziali dell'industria; anch'essi devono essere organizzati in mercati perché formano una parte assolutamente vitale del sistema economico, tuttavia essi non sono ovviamente merci (Š). Il lavoro è soltanto un altro nome per un'attività umana che si accompagna alla vita stessa , la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta , ma per ragioni del tutto diverse(Š). La terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodotta dall'uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d'acquisto (Š) Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merce è meramente fittizia». Alle tre merci fittizie- lavoro,terra e moneta- bisogna aggiungerne oggi una quarta: la politica. Anche la sfera politica, infatti, in un sistema di mercato onnivoro, tende ad essere ridotta a merce. Anche in questo caso si tratta di una merce fittizia, in quanto la politica e le sue istituzioni non sono state create dalla società per essere vendute, anche se fanno parte integrante del meccanismo che consente al mercato di riprodursi. Al tempo in cui Polanyi scriveva "La grande trasformazione" tutto questo non era così evidente. Le democrazie parlamentari avevano reagito alla crisi del '29 ed alla successiva virulenta recessione, con interventi tesi a regolare il mercato ed a proteggere le fasce sociali più deboli. I partiti, poi, erano portatori di precise ideologie che entusiasmavano le masse e che facevano registrare un gran numero di militanti e volontari che offrivano il loro tempo per la causa. Dopo la sconfitta del nazifascismo ed il crollo dei paesi del socialismo burocratico-statale, il mercato capitalistico si è esteso in ogni angolo della terra , di pari passo con la fine delle grandi narrazioni (ideologie) del '900. Ma, il successo del mercato capitalistico è stato così pervasivo da intaccare anche la sfera istituzionale e quindi la stessa sfera della politica. Oggi, nessuno si scandalizza se si parla di "mercato politico" o di strategie di marketing durante una campagna elettorale. L'uso costante, ossessivo, dei sondaggi di opinione da parte di tutti i partiti politici è un derivato delle strategie delle grandi imprese che, fin dagli anni '70 del secolo scorso, hanno utilizzato questo strumento prima di lanciare un nuovo prodotto sul mercato. I costi crescenti delle campagne elettorali, l'uso di una pluralità di media, hanno aumentato a dismisura il valore della comunicazione/propaganda che ha progressivamente sostituito il radicamento territoriale e sociale. Insomma, la politica come lotta per il potere si è trasformata sempre di più in una strategia di marketing per vendere nel migliore dei modi i propri prodotti-idee o l'immagine del leader. Questo processo, qui sinteticamente richiamato, ha fatto registrare degli esiti diversi a seconda della storia dei singoli territori. Là dove c'era un patrimonio sociale ed etico di grande spessore , dove attraverso i secoli si era stratificata una cultura della cittadinanza attiva, il processo di mercificazione della politica ha trovato dei deterrenti ed ha dovuto in ogni caso tener conto delle strutture/organizzazioni sociali ed economiche preesistenti. Là dove era debole il tessuto sociale ed economico, la mercificazione della politica ha avuto un'accelerazione ed ha prodotto non di rado fenomeni involutivi nella stessa società. Ed è questo, purtroppo, il caso della Calabria, di una parte del Mezzogiorno e di altri sud del mondo dove nella mano pubblica si concentra un potere economico che determina in gran parte la vita degli abitanti di un determinato territorio. Ora, quando il processo di mercificazione della politica non trova ostacoli rilevanti, entra in azione la legge di Gresham, una delle poche leggi economiche mai smentite dalla storia, che è nota in questa estrema sintesi: date determinate condizioni del mercato la moneta cattiva caccia via quella buona. Ciò si è registrato nella storia ogni volta che circolava una moneta adulterata, tosata, limata , ecc. fenomeno frequente dal Medio Evo fino alla fine del XVIII° secolo. Ma si è registrato anche nel secolo scorso ogni volta che circolava una moneta debole ed inflazionata. Tutto ciò è avvenuto costantemente quando sono mancati i controlli delle autorità preposte, quando la credibilità delle istituzioni era scesa molto in basso, quando l'affidabilità del mercato monetario era saltata. Non è difficile comprendere come la legge di Gresham aggredisca anche la sfera politica quando questa è stata integralmente ridotta a merce. E quindi si può dire: la cattiva politica, la malapolitica caccia via quella buona. E' quanto sta succedendo in Calabria da diverso tempo: i clan, criminali e non, si sono impadroniti progressivamente della sfera politica e le tante persone oneste, o persone che credevano ingenuamente che la politica fosse uno strumento per realizzare " i beni comuni", hanno abbandonato o sono stati cacciati. E' quanto porta molti a rimpiangere i politici della prima repubblica. Ma, non è con la nostalgia che si cambia la storia o si può risalire la china. Per trovare una via d'uscita dobbiamo pensare, per analogia, a quanto è accaduto nel mercato alimentare. nche in questo mercato ha operato ed opera la legge di Gresham: l'agricoltura industriale piena di pesticidi e sostanze tossiche, la zootecnia a base di estrogeni ed antibiotici, hanno per diversi decenni buttato fuori mercato i prodotti "sani" dell'agricoltura tradizionale. Sembrava un processo irreversibile, quando i consumatori ed i produttori hanno reagito ed è nato il mercato dei prodotti biologici certificati che ha avuto un boom negli ultimi anni. Penso che una strada simile la deve imboccare chi vuole salvare la sfera politica come ambito di produzione del bene comune, come servizio alla collettività. Come i pionieri del "biologico" per molto tempo sono stati presi per pazzi o romantici che negavano il progresso, chi vuole un'altra politica in Calabria rischia di fare la stessa fine. Ma, è arrivato il tempo di contarsi , di individuare delle nuove modalità dell'agire politico che consentano il controllo dal basso, di stringere un'alleanza tra cittadini "liberi" da condizionamenti ed impegnati nel sfera sociale, economica e culturale. E' il tempo di uscire dalla neutralità : chi pensa di potere continuare a fare lo spettatore sarà un giorno visto come complice November 27 sento puzza di zolfoSignora Presidente, Eccellenze, Capi di Stato ed alti rappresentanti dei Governi del mondo: November 26 le verità scomodeNel pomeriggio del 3 marzo 2005, Aleksandr Litvinenko ha un lungo colloquio con "Repubblica". L'incontro si tiene a Londra, negli uffici di Boris Berezovskij e, per espressa volontà dell'ex colonnello, è interamente "on the record". Eccone la trascrizione.
Come sono finito a lavorare per la commissione Mitrokhin. "A inizio 2004, ricevetti una telefonata del mio amico Viktor Suvorov. Viktor è un ex ufficiale del Gru (il controspionaggio militare sovietico ndr.) e oggi vive a Bristol, dove fa lo scrittore "famoso". Mi chiese se avessi nulla in contrario a parlare con un suo amico, un giudice italiano, Mario Scaramella, che lavorava per la Commissione Mitrokhin. Mario mi chiamò e mi chiese di riferire tutto ciò che sapevo delle operazioni e dei contatti del Kgb in Italia. Dissi subito che non avevo conosciuto Mitrokhin e che non sapevo nulla del suo archivio, ma che se volevano una lista di possibili contatti russi su questa materia e la mia consulenza per comprendere i meccanismi criminali di funzionamento di Kgb e Fsb, i legami con la criminalità organizzata, ero disponibile. Rimanemmo d'accordo che sarei sceso in Italia alla fine di febbraio del 2004. Poi, improvvisamente, accadde qualcosa che al momento, purtroppo, non compresi. Ho un fratello che si chiama Maxim. Ha 21 anni ed è in Italia da 4. Vive a Rimini, dove è studente universitario e lavora come cuoco in un ristorante specializzato in carne alla brace. Ebbene, un mese prima che arrivassi in Italia, Maxim mi chiama disperato. La Polizia non intende più considerare valido il suo visto di studi e minaccia di espellerlo in Russia. Il che significa la sua condanna a morte. Chiedo aiuto a Mario, che dice di non preoccuparmi. Mi spiega che Berlusconi è stato messo al corrente del mio impegno con la Mitrokhin e che Maxim può stare tranquillo. Io collaborerò portando le prove che la commissione chiede e a Maxim verrà concesso asilo politico. Maxim mi conferma che Mario è andato a Rimini e ha parlato con la polizia. Alla fine mio fratello però ha dovuto cavarsela da solo per ottenere il permesso. La vicenda fu certo un modo per convincermi a collaborare". L'appartamento di Napoli "Agli inizi di marzo 2004, arrivai all'aeroporto di Fiumicino, dove trovai ad aspettarmi Scaramella, un interprete russo e un autista. Salimmo a bordo della macchina di Mario, una Land Rover marrone, e partimmo subito per Napoli. L'autista mi disse che era un agente penitenziario e ritengo che lo fosse, perché viaggiava armato. L'interprete si presentò come André. Era un cittadino russo e mi colpì che non aveva alcun titolo per stare in Italia. Né un permesso di soggiorno, né l'asilo politico. Dissi a Mario: "Come pensate di proteggere questa persona? Le cose che ascolterà da me su Kgb ed Fsb accusano Putin e dunque mettono in pericolo la sua vita...". Mario disse di farmi gli affari miei. A Napoli, fui alloggiato all'hotel "Britannia" o "Britannique", sulla "collina" (a Napoli, in Corso Vittorio Emanuele, esiste un hotel che si chiama Britannique. L'albergo è alle pendici del Vomero. ndr). Mario pagò la mia stanza, il biglietto aereo e il soggiorno di mio fratello, che mi raggiunse gli ultimi due dei cinque giorni di permanenza. Le giornate erano sempre uguali. Io aspettavo in albergo che arrivassero a prendermi. Mi portavano in una casa non lontano dall'albergo, verso il mare. L'appartamento era al primo piano di una palazzina bassa che dava sul cortile di una grande scuola con un campo da pallavolo. Lì una donna trascriveva le mie dichiarazioni e le verbalizzava su dei fogli che, alla fine di ogni giornata di lavoro, mi veniva chiesto di firmare. Ora io non so che cosa ho firmato, perché il testo era in italiano e dunque non posso giurare che l'interprete non abbia fatto errori. Lavoravamo fino a notte inoltrata. Io decisi di collaborare dopo aver ricevuto un'assicurazione". L'assicurazione di Guzzanti e Berlusconi "Sapevo di consegnare alla Commissione Parlamentare elementi in grado di accusare Putin e il suo sistema di controllo criminale della Russia. Sapevo che Berlusconi diceva di essere amico di Putin, dunque chiesi a Mario se la Commissione o i suoi capi erano in grado non solo di proteggere il sottoscritto, ma di dare alle mie informazioni un seguito politico. Mario mi disse che doveva interpellare il suo boss, Paolo Guzzanti (Litvinenko lo chiama "Pablo Guzzanti" ndr.). I due si sentivano in continuazione, finché, una mattina, nell'appartamento, Mario chiamò "Pablo" di fronte a me. L'interprete mi tradusse le parole che Mario sosteneva stesse pronunciando Guzzanti. A suo dire, Guzzanti aveva incontrato Berlusconi, gli aveva esposto i miei timori e le mie richieste. E Berlusconi aveva risposto: "Ditegli che non ho amici". Stupidamente, ritenni di potermi fidare". Le domande di Mario Prodi, le attività dei Verdi, i legami dell'azienda Olivetti con il Kgb. "Ho raccontato come l'Fsb, il nuovo servizio segreto russo, sia una struttura mista di intelligence e crimine organizzato. Ne ho spiegato le origini nella dissoluzione del Kgb. Ho offerto i nomi degli uomini che avevano operato in Italia, ma Mario insisteva su tre questioni. a) Il sequestro Moro e i rapporti di Prodi con il Kgb. Mario mi raccontò che Prodi conosceva l'indirizzo dove le Br tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal Kgb. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal Kgb e se avesse addestrato le Br. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il Kgb aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi. b) Le attività dei Verdi. Mario sembrava ossessionato dal gruppo dei Verdi. Non avevo particolari informazioni. Piuttosto fui io ad ascoltarlo attentamente, mentre sosteneva che dietro la loro attività politica potessero nascondersi interessi del Kgb. c) La Olivetti. Mario voleva sapere se gli affari dell'Olivetti nell'ex Unione Sovietica nascondevano legami con il Kgb. Ho semplicemente spiegato che ogni azienda che operava sul mercato sovietico veniva spiata dal Kgb. Ma questo non vuol dire essere controllati dal Kgb. Mario mi ha anche fatto molte altre domande su personaggi italiani di cui oggi non ricordo più il nome e anche su un giornale, di cui lo stesso non ricordo. In ogni caso, dovrebbe essere tutto in quei verbali che ho firmato". La ECPP "Mario mi disse che la sua società, la Ecpp (Environmental Crime Prevention Programme), si occupava di grandi temi della sicurezza ambientale e aveva un contratto con la Commissione di Paolo Guzzanti per condurre delle indagini sul Kgb. Mi mostrò un contratto con cui mi impegnavo a collaborare con la società, che non ricordo se firmai o meno. Sul conto di questa società Ecpp io ho raccolto tre versioni diverse da fonti che non posso rivelare e di cui non sono in grado di valutare l'attendibilità. Prima versione: La Ecpp è quello che dichiara di essere. Una società che combatte le mafie del crimine ambientale. Seconda versione: la Ecpp è una società schermo dei servizi segreti italiani. Terza versione: la Ecpp è una lavanderia per il riciclaggio del denaro. Un fatto è certo. Mario ha sostenuto che Berlusconi era molto scontento del lavoro che i servizi italiani stavano facendo per la Mitrokhin e dunque c'era bisogno della Ecpp. Inoltre, durante il mio soggiorno a Napoli, Mario chiese se poteva assistere ad uno dei nostri incontri un amico americano venuto per me dalla Germania. Se ne rimase in silenzio, senza neppure presentarsi. Quando si allontanò, Mario sostenne che lavorava per i servizi statunitensi e che la Cia poteva essere interessata alle mie informazioni. Io non gli credetti". Il compenso per la collaborazione "Quando finì il mio lavoro a Napoli, Mario mi mise in mano 600 o 800 euro in contanti. Mi sentii umiliato. Gli dissi che non vendevo informazioni e che avevo accettato l'incarico perché collaborare con l'Italia era per me un'occasione irripetibile di far sapere all'occidente cosa è stato il Kgb, chi è Putin e quanto sia corrotto il suo regime. Aggiunsi che era giusto che fossi retribuito come un consulente professionista, con parcelle regolarmente accreditate sul mio conto dalla Commissione. E soprattutto in modo trasparente, perché l'Fsb non sospettasse che mi ero intascato in nero milioni di dollari per le mie informazioni. Era una questione di trasparenza e di sicurezza. Mario non mi accreditò nessun denaro. Continuò a dirmi di non preoccuparmi. Che sarei diventato famoso e avrei testimoniato di fronte al Parlamento italiano. Che avrei potuto portare la mia famiglia in vacanza in Italia. Mi aveva preso per un pezzente". La visita di Mario a Cambridge. L'incontro con Bukowsky e Gordievsky. "Qualche tempo dopo la mia trasferta a Napoli, Mario venne a Londra e mi chiese di fargli da tramite con Vladimir Bukovskij (dissidente sovietico "scambiato" a Berlino nel 1976 con il comunista cileno Luis Corvalan ndr.) e Oleg Gordievskij (ex agente del Kgb riparato in Inghilterra nel 1985 ndr.). In particolare, era interessato a Bukovskij, il quale sosteneva di avere con sé 7 mila dossier del Kgb, ancora segreti, che aveva fotocopiato con un piccolo scanner nel 1992, quando, su ordine di Eltsin, il Servizio aveva dovuto mettergli a disposizione gli archivi. L'incontro avvenne in un ristorante italiano di Cambridge. Bukovskij si impegnò a collaborare, a consegnare i suoi file, ma, successivamente, mi disse di non aver dato un bel niente a Mario. Non so dire di Gordievskij". Le promesse mai mantenute di Berlusconi "Non molto tempo dopo la mia trasferta in Italia, Berlusconi incontrò Putin. Li vidi in televisione abbracciarsi e baciarsi e lì compresi che ero stato usato. Che Berlusconi era un piccolo bugiardo, degno della stessa considerazione che si dà al proprio cagnolino cui si dà da mangiare sotto il tavolo. Io avevo dato le prove alla Commissione che Putin controllava la Russia con gli eredi corrotti del Kgb e Berlusconi cosa faceva? Baciava Putin. Evidentemente aveva scambiato le mie informazioni con dell'altro che non conosco. Berlusconi dimostrava di essere come Putin. La stessa cosa. Ripensai allora anche ad una circostanza che, durante i giorni di Napoli, mi aveva colpito. Il giornale di Berlusconi diede notizia che il colonnello Litvinenko aveva accettato di svelare i suoi segreti alla Commissione. Mi chiesi perché mi bruciavano in quel modo. Oggi penso che fosse un modo per mettere Putin sull'avviso. Mi sfogai con Mario e lui mi disse che non capivo. Che quelle dimostrazioni di amicizia erano frutto dei "giochi della grande politica". Il mio amico esule ceceno Akhmed Zakaiev, mio vicino di casa a Londra, mi prese in giro: "Ma come è possibile che un ex colonnello del Kgb sia così fesso da essersi fatto fregare dagli italiani?". Anche oggi arrossisco. E' vero, mi sono fatto fregare. Non ce l'ho con Mario, in fondo penso sia una persona per bene, ma con la Commissione per come ha deciso di trattare la verità. Mi sono fidato. Ho raccontato quel che sapevo perché l'Occidente sapesse. E le mie informazioni su Putin? Come sono state usate da Berlusconi?". Repubblica.it November 23 Stato e Anarchia""Non troviamo forse qui un'altra prova di quella verità che abbiamo instancabilmente sostenuta convinti che dalla sua generale comprensione dipende la risoluzione di ogni questione sociale e cioè che lo Stato, qualunque Stato, anche quello rivestito delle forme più liberali e democratiche, è necessariamente fondato sul predominio, sulla dominazione, sulla violenza e quindi sul despotismo, occulto se si vuole, ma allora ancor più pericoloso!""
Tratto da Stato e Anarchia di Michail A. Bakunin November 22 guantanamoI circa 430 prigionieri reclusi oggi a Guantánamo Bay sono persone definite dal governo Usa “combattenti nemici illegali” e per questo privati di molti diritti legali garantiti dalle Convenzioni di Ginevra, dalle leggi internazionali e anche dalla Costituzione statunitense. Molti di loro sono stati catturati in Afghanistan nel corso delle operazioni militari iniziate in quel paese nel 2001, ma diversi altri sono stati arrestati lontano dai campi di battaglia asiatici, ad esempio in Bosnia e Gambia. La stragrande maggioranza dei detenuti non sono neanche stati catturati direttamente dalle forze Usa, ma sono stati consegnati a queste ultime dalle autorità di altre nazioni oppure venduti loro da signori della guerra afgani. Nessun prigioniero di Guantánamo Bay è mai comparso di fronte a un tribunale ordinario e solo 10 di essi sono stati formalmente incriminati allo scopo di comparire di fronte alle commissioni militari istituite dal governo, sulla cui equità e indipendenza sussistono molti dubbi. Alcuni di loro si trovano in detenzione illegale da quasi cinque anni, molti altri sono stati tenuti in isolamento per lunghi periodi, parecchi sono stati sottoposti a torture e maltrattamenti. Il governo Usa ha definito i detenuti di Guantánamo Bay “terroristi”, “persone pericolose”, “assassini” e in ogni occasione continua ad affermare che, senza i metodi della “guerra al terrore” e senza Guantánamo Bay, il governo e la popolazione statunitense avrebbero subito gravi conseguenze. Amnesty International (AI) ritiene che ogni paese abbia il diritto e dovere di perseguire e sanzionare chi metta a rischio la sicurezza dei propri cittadini, ma le accuse contro tali persone devono essere supportate da prove e valutate nel corso di un procedimento giudiziario conforme agli standard internazionali. Qualsiasi imputato, secondo le regole del diritto universalmente accettate, è da considerarsi innocente sino a prova contraria. Oggi, per il governo Usa, i prigionieri della “guerra al terrore” sono colpevoli sino a quando questi ultimi non saranno in grado di dimostrare la propria innocenza (secondo modalità e con limitazioni stabilite dalle stesse autorità giudicanti), ma al momento le prove a carico di queste persone non le ha viste nessuno. L’esecutivo del presidente Bush stabilisce chi deve essere giudicato, per quali reati, con quali modalità e in ragione di prove che solo esso conosce. Condizioni di detenzione Sono molto dure, tranne che per i prigionieri alloggiati nel Camp Iguana e nelle sezioni destinate ai reclusi “meno rilevanti per l’intelligence” o più cooperativi. I detenuti usualmente hanno poche possibilità di interagire tra loro e di fare esercizio fisico al di fuori della cella, sovente molto piccola. Gli interrogatori sono spesso accompagnati da tecniche di pressione fisica e psicologica che in molti casi hanno largamente superato il limite della tortura e dei maltrattamenti: le persone vittime di tali metodi hanno denunciato pestaggi, violenze, umiliazioni, condizioni di stress emotivo, esposizione a temperature estreme o a suoni ad alto volume. I reclusi ospitati nelle sezioni V e VI di Camp Delta sarebbero sottoposti al regime delle carceri di “supermassima sicurezza”, costretti a vivere in isolamento in celle di cemento armato per 24 ore al giorno con le luci accese. Si sono registrati diversi tentativi di suicidio, di cui tre portati a compimento. Jumah al Dossari, un detenuto proveniente dal Bahrain, avrebbe cercato di togliersi la vita almeno 12 volte. Decine di prigionieri hanno intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione, la protesta è stata stroncata dalle autorità militari che li hanno alimentati a forza. Secondo le informazioni trapelate sui media, i riottosi sarebbero stati legati con cinghie e alimentati con cannule inserite nelle narici senza anestesia, provocando loro lesioni e gravi malesseri.
CHIUDIAMO GUANTANAMO ORA!!! November 19 vivereVivere
è passato tanto tempo Vivere! è un ricordo senza tempo Vivere è un po' come perder tempo Vivere.....e Sorridere!....... VIVERE! è passato tanto tempo VIVERE! è un ricordo senza tempo VIVERE! è un po' come perder tempo VIVERE....e Sorridere dei guai così come non hai fatto mai e poi pensare che domani sarà sempre meglio OGGI NON HO TEMPO OGGI VOGLIO STARE SPENTO! Vivere! e sperare di star meglio Vivere e non essere mai contento Vivere come stare sempre al vento VIVERE!......COME RIDERE!!! VIVERE! anche se sei morto dentro VIVERE! e devi essere sempre contento! VIVERE! è come un comandamento VIVERE..... o SOPRAVVIVERE.... senza perdersi d'animo mai e combattere e lottare contro tutto contro!..... OGGI NON HO TEMPO OGGI VOGLIO STARE SPENTO!..... VIVERE e sperare di star meglio VIVERE VIVERE e non essere mai contento VIVERE VIVERE e restare sempre al vento a VIVERE.....e sorridere dei guai proprio (così) come non hai fatto mai e pensare che domani sarà sempre meglio!!!!! Vasco Rossi compagni leggetecari compagni penso che questa sia un'ottima relazione a cui tutti dovremmo prestare attenzione...potrebbe essere la solita fiamma destinata a spegnersi presto...potrebbe essere una nuova alternativa possibile...
ps. è un po lunga
La relazione di Aldo Tortorella al seminario di Orvieto del 14 e 15 luglio 2006 Pace, lavoro, libertà. Quali fondamenti per un nuovo soggetto politico a sinistra Sappiamo bene che l’oggetto di questo seminario ha un tema tanto vasto da poter apparire ingenuo. Un nuovo soggetto politico a sinistra segnato da parole generalissime e solenni come Pace, Lavoro e Libertà (la cui scelta, però, è gia un indizio) è certamente auspicato da molti ma può apparire del tutto velleitario dopo i diversi tentativi falliti degli anni trascorsi. Due precisazioni, perciò, vanno subito fatte. La prima è che non sono stati senza risultato la volontà unitaria e i molti sforzi unitari cui abbiamo sempre partecipato. E’ vero che il cemento fondamentale dell’Unione è stata l’esigenza di liberare il Paese dalla deriva di destra del berlusconismo. Ma anche questa necessità avrebbe potuto essere elusa se i movimenti di massa e l’opera di tanti – tra cui anche coloro qui rappresentati – non avessero creato e argomentato una spinta unitaria. La seconda precisazione è che non si tratta di ripetere esperienze già compiute per chiedere ad altri che si unifichino. E non si tratta neppure di dar vita ad un qualche esperimento di piccolo cabotaggio politicistico. Si riuniscono qui associazioni politico-culturali – diverse per origini e per motivazioni – nello sforzo di coordinare e radunare se stesse e tutte le altre associazioni o singoli che possono essere interessati da una opera comune e organizzata per una sinistra autonoma e unitaria, forte di pensiero alternativo e di capacità di governo. E’ inutile dire che non c’è, in questo, alcuna volontà di primazia, ma solo il desiderio di corrispondere come possiamo a quello che a noi sembra un compito urgente, per il quale nei partiti e fuori dei partiti già molti sembrano adoperarsi. Per cercare di assolvere a questi compiti noi abbiamo voluto porre qui il problema dei fondamenti, delle ragioni stesse, cioè, per cui una nuova e grande sinistra ci sembra necessaria. Su questo tema molti di noi, qui e fuori di qui, cercano di lavorare da tempo. Quando proponemmo il tema, anni fa, parve un’opera superflua e ritardatrice. Parevano già pronte le opposte strade di una piena adesione al sistema economico-sociale esistente oppure la ripresa acritica delle esperienze passate. Il prezzo pagato dal Paese con l’avvento del berlusconismo dimostra che non erano le strade giuste. Il fatto stesso che le destre abbiano conquistato e mantenuto tanti voti operai e popolari rende conto di una caduta politica e culturale. Non è la stessa cosa del voto alla DC: quello era un partito costruttore della Costituzione, con una dottrina sociale, un insediamento sindacale, un riferimento alla Resistenza. Qui, invece, c’è subalternità all’ideologia del primato del capitale e della ricchezza. Il successo elettorale, estremamente esiguo nonostante i fallimenti del governo di centro destra, ha mutato la realtà del Paese ma non ha rovesciato i segnali del declino a sinistra. In modo apparentemente paradossale, le sinistre – prese nel loro insieme – sono al massimo del potere nel momento della loro maggiore debolezza. Non è un paradosso e non è casuale se al successo si è giunti con una sinistra così moderata da propendere per l’abbandono stesso della parola sinistra e con una sinistra alternativa divisa e in reciproca contesa: una sinistra debole è più accettabile per i poteri di comando. Questo assetto non è solo italiano ma europeo ed è arrivato da noi con un certo ritardo e con caratteristiche proprie. Mentre in altri paesi d’Europa la sinistra moderata mantiene generalmente il nome socialista e con essa la sinistra alternativa – quando non è inesistente – è spesso, come in Francia o in Germania, in piena rottura qui da noi la sinistra moderata volge verso il partito democratico e la sinistra che è alternativa ha saputo essere parte costitutiva della coalizione di centro-sinistra e del suo governo. Questo risultato è l’indice di una conquistata capacità di evitare una concezione propagandistica della politica e di saper assumere le proprie responsabilità dinnanzi a difficoltà gravi della democrazia, com’è oggi in Italia. La unione delle debolezze ha comunque costituito una forza giunta al successo con la conseguenza di una situazione nuova anche a sinistra. Per la prima volta dopo sessanta anni c’è in Italia un governo cui partecipano tutte le sinistre parlamentari. Nell’immediato dopoguerra, però, si trattava di governi di unità nazionale espressione del fronte antifascista e di una assemblea costituente in cui l’opposizione era irrilevante, finché all’opposizione non vennero respinte le sinistre. Questa volta si tratta del governo di una coalizione di alternanza, espressione di un programma comune che si oppone alle destre, forti della metà dell’elettorato. E’ una novità assoluta, un passaggio, fuori di retorica, di significato storico. Se questa esperienza, per debole e contraddittoria che sia, fallisse sarebbe un colpo irrimediabile innanzitutto a sinistra. E’ per noi fuori discussione la valorizzazione e difesa del risultato ottenuto col governo attuale anche se lo stimolo critico non può che giovare. Il sostegno al governo non impedisce di vedere la sua fragilità non solo numerica. E non è certo una escogitazione propagandistica il fatto che vi siano forze importanti che pensano e lavorano ad una grande coalizione sul modello tedesco o, in subordine, per una estensione del centro. La esigenza di una nuova sinistra idealmente e politicamente forte, non vocata al minoritarismo viene anche dal bisogno di rendere forte la coalizione con una maggiore attenzione verso interessi e ceti sociali che si può tendere a dimenticare. Con una sinistra debole diviene più difficile corrispondere ai bisogni del Paese e alle attese che si sono create. Il primo governo Prodi si fondò sulla idea di Europa: è difficile oggi vedere quale sia la idea trainante se si va avanti così. Il fermento nei partiti e fuori di essi, l’accentuarsi nei DS della tendenza più moderata, il premere delle insoddisfazioni per l’assetto centralistico presente in tutti i partiti, talora in forme assolute, le preoccupazioni e le inquietudini generate dalla realtà interna e internazionale – tutto questo spinge ad una ridefinizione di collocazioni, ad un ridisegno degli assetti a sinistra. La nascita di un partito liberal democratico – sperabilmente laico – può effettivamente incontrare interessi e mentalità diffuse e con esso una sinistra si dovrebbe in ogni caso confrontare per concorrere alla maggioranza. Ma una sinistra capace di stare in gara per l’egemonia o almeno per assolvere ai compiti che il partito democratico, già sostanzialmente in atto, non può porsi per sua stessa natura oggi non c’è, pur con tutto il rispetto per tutte le forze politiche in campo. Nasce di qui lo sforzo di Rifondazione per una creazione nuova – se non intendo male il significato della idea di una Sinistra Europea. E di qui viene il travaglio sia dei diversi gruppi di sinistra dei DS, a partire da “Socialismo 2000”, sia l’inquietudine anche di molti compagni sicuramente riformisti. Anche da parte dei gruppi politici più ripiegati su se stessi, si avverte una esigenza di movimento: il segretario del PDCI pone l’esigenza di un “partito del lavoro”. Il rischio è che tutto questo scada, sotto diverse forme, in una pura riproduzione di quel che c’è. A me sembra che questo rischio debba essere evitato e che debba essere promossa, invece, una costruzione nuova a partire, naturalmente, da ciò che esiste e che sembra più ricco di avvenire. Il bisogno di una discussione sulle ragioni di una sinistra autentica significa, prima di tutto, lo sforzo per rimuovere falsi convincimenti e pregiudizi che impediscono una cultura critica della realtà da cui nascono principi e valori che il dibattito teorico può affinare ma che sperimentano la loro utilità umana nel processo storico reale. Uno dei falsi convincimenti che hanno determinato non solo perdite di tempo ma conseguenze assai dannose è che fosse possibile sostituire l’ingegneria istituzionale all’analisi economica, sociale, culturale. Il referendum istituzionale ha fatto largamente giustizia di questo errore. E’ stato bocciato, certo, il tentativo della destra di dare un assetto neoautoritario al potere politico, di intaccare l’eguaglianza dei diritti, di inficiare la prima parte della Costituzione passando per la seconda. Ma, contemporaneamente, è venuto alla luce lo scacco del tentativo operato dalla sinistra maggioritaria di saltare la discussione sugli altrui e sui propri stessi errori storici per dar colpa alle regole istituzionali dei mali endemici dell’Italia. La rimozione del passato ha sostituito una critica ragionata agli altri (alla conventio ad escludendum, alla degenerazione dei partiti eccetera) e a se stessi (innanzitutto alla incapacità di comprendere la rivoluzione tecnologica e le trasformazioni del capitalismo oltre che le illusioni sulla riformabilità del sovietismo). Ciò facilitò l’abbandono di ogni critica al sistema dato, abbandono che fu presentato al popolo di sinistra come ingresso nella modernità. Non a caso il vincitore di questo referendum è stato, come si è detto, un vecchio costituente come Scalfaro. Anche simbolicamente ha prevalso il rifiuto dello sradicamento poiché lo sradicare è esattamente il contrario del riformare e dei possibili miglioramenti anche alla Carta nella direzione e nel senso che essa indica. Proprio la sconfitta della idea di sostituire la riforma delle regole, pure possibile, alla riforma della politica e dei partiti apre il campo ad una forza della sinistra che intende il suo ruolo anche con un programma nazionale ed europeo che stia nel regno del “possibile” e cioè nei dati condizionamenti interni, europei e internazionali. Ma questa medesima capacità (ove vi fosse) se può essere – al massimo – sufficiente per un partito democratico, non è sufficiente per una forza di sinistra. Si può obiettare che quel che fece grande il PCI fu la capacità di Palmiro Togliatti di stare saldamente sul terreno democratico e nazionale proclamando ed attuando un fronte nazionale per la salvezza dal fascismo prima e, poi, promovendo la lotta per la fuoriuscita dall’arretratezza, per il miglioramento delle condizioni di vita, per la democratizzazione delle masse storicamente subalterne. Ma è inutile dire che in Palmiro Togliatti ciò avveniva nel convincimento che il principio socialista avesse già superato la verifica della storia incarnandosi in un Paese – anzi in un mondo – socialista per quanto riformabile e perfettibile si potesse considerarlo. E dunque uno sfondo ideale, un riferimento di senso pareva che fosse già dato, anche se – diversamente da altri partiti comunisti – il PCI dava a se stesso una propria autonoma strategia. Il dibattito teorico – confuso con la mera ideologia – fu evitato, con grave danno:fu considerato inutile rifare il programma fondamentale del partito scritto nel 1956. La discussione sulle idee costitutive era indispensabile ieri; tanto più oggi, quando la situazione è rovesciata ripetto ad allora. La crisi della sinistra che voglia mantenere una ipotesi di trasformazione è crisi d’identità, prima che di programma. Da ciò viene la divisione oltre che da personalismi, spirito di fazione, chiusure di setta. La ridefinizione delle idee costitutive e delle categorie di interpretazione della realtà non è un problema solo per studiosi, anche se senza di loro non si combina niente di buono e se studiare e imparare è un dovere assoluto ed è un dovere per tutti. E’ un problema politico. La crisi di identità della sinistra accompagna e in parte determina la crisi della democrazia e della politica intesa come partecipazione ma anche solo come rappresentanza. E’ ovvio che lo spazio pubblico tende ad essere sequestrato dallo spettacolo televisivo, che la personalizzazione della politica sia insita in questa forma di comunicazione, che l’attivista possa tendere a trasformarsi in tifoso. Tutto ciò non esclude, però, che la degenerazione della democrazia non possa essere combattuta con nuove idee e con altre forme di intervento politico. Alla destra importano poco, se non – come in Berlusconi – per il rapporto plebiscitario capo-masse. Dovrebbero interessare molto alla sinistra che nasce dalla partecipazione e per la partecipazione. Non solo in Italia, ma in Italia forse più che altrove, la politica istituzionale appare lontana dai rappresentati e la partecipazione, fortissima nella miriade dei movimenti associativi volontari non è amata dai partiti. La politica a tempo pieno da professione rischia di diventare – senza offesa per nessuno – un mestiere. E’ così che la democrazia degenera in demagogia e il “mercato politico” si riduce allo scambio più umiliante del “quanto mi dai”. Una forza d’ispirazione socialistica o anche solo un partito che si riproponga la rappresentanza del lavoro non può svilupparsi dunque senza ripensare – reinventare – ancor prima della idea socialista la idea stessa della rappresentanza del lavoro e il modo stesso di fare politica – di praticare la politica. Il bisogno di ragionare su di questo – ecco cosa vuol dire riflettere su principi e valori – nel momento stesso in cui si deve agire nel quotidiano è in se stesso una precondizione determinante. I neoconservatori, per vincere, hanno dovuto compiere innanzitutto una operazione sull’immaginario e sul simbolico. Considerando necessario mantenere in piedi il modello americano e la sua gerarchia sociale essi hanno avvertito il bisogno di fare appello a principi e valori che una lunga tradizione di pensiero non solo socialista aveva considerato all’opposto come disvalori: la disuguaglianza, il potere del più forte, e persino la limitazione delle libertà civili, considerate negli Stati Uniti fino a ieri inviolabili. L’idea democratica è stata ridotta al modello americani. All’integralismo islamico, evocato e protetto, non fa riscontro tanto una difesa della laicità quanto un integrismo cristiano o semplicemente occidentalistico. Il fatto che si arrivi sino alla negazione del darwinismo non è un dato di folklore provinciale americano, ma la conseguenza di una furibonda campagna contro la ragione critica, che cerca di coprire, in nome della difesa di Dio, della patria e della famiglia, le tragedie della guerra preventiva e la crisi sociale. La difficoltà a sinistra è che non si può fare – come fanno gli altri – una operazione di marketing o di falsa coscienza: quando nel passato lo si è fatto, scadendo nell’ideologismo, è finita pessimamente. La sinistra nasce dalla criticità del pensiero, dal rifiuto del luogo comune e delle verità dogmatiche. Dovrebbe essere questo il primo principio delle sinistre. Esse dovrebbero rappresentare una capacità più acuta di comprensione della realtà di contro a chi la vuol camuffare ideologicamente trasformando l’arbitrio in necessità, l’ingiustizia in destino, lo sfruttamento in legge di natura. Se per una sinistra moderata o ancor più per un partito democratico la svalorizzazione del lavoro determinata dalla globalizzazione (e, qui da noi, dall’allargamento dell’Europa) corrisponde all’accettazione dell’interclassismo, per una sinistra capace di analisi critica c’è da riscoprire nella nuova realtà il proprio fondamento sociale nel lavoro, nelle lavoratrici e nei lavoratori. Riscoprire, ripeto, perché è vero che il lavoro è profondamente cambiato. Sono cambiati, per la rivoluzione tecnologica, molti dei metodi di produzione. Sono intervenuti molti nuovi mestieri, sono entrate in massa le donne. Il processo di valorizzazione conosce complicazioni e interventi ieri sconosciuti. La figura del lavoratore contiene quella del consumatore, assai spesso quella del risparmiatore. Soprattutto, però, è mutata la condizione del lavoro, ieri sublimata dalla Costituzione italiana, tornata nella pratica alla categoria di pura merce tra le altre merci. Pregiudiziale a qualunque autentica sinistra possibile è una vera conoscenza, una piena scoperta, una nuova narrazione – come quella iniziata da gruppi di donne – del lavoro di oggi: in primo luogo dell’abisso generazionale (che non vuol dire lotta tra giovani e vecchi) che è precariato, lavoro nero, sperpero delle qualifiche intellettuali, ma anche inefficienza dei processi conoscitivi e formativi, crollo delle nozioni e della capacità critica, sottoculture fautrici di subalternità. Il tema da porre è quello di una rappresentazione e di una rappresentanza del lavoro, dato che non ci sono più forze politiche che rivendichino questa volontà. Tuttavia anche la lettura e la corretta interpretazione dell’attualità del lavoro e dei movimenti che si manifestano nelle forze tradizionali e nelle nuove generazioni di lavoratrici e lavoratori precari non avranno molto da edificare se non si incontreranno con una cultura che tenda a comporre una nuova immagine della centralità del lavoro in tutte le sua forme nel processo sociale e nella costituzione stessa dell’individuo. Questa cultura non si crea senza una aggiornata critica del modello economico sociale capitalistico, critica ormai considerata vana, anzi dannosa per una efficace opera di governo, dalla sinistra moderata o neocentrista. Una aggiornata analisi critica del modello vincente e delle politiche liberistiche, com’è ovvio, va oltre il tema del lavoro perché ha da misurarsi con la storia di una intera forma di incivilimento, ma deve innanzitutto misurarsi con tre questioni su cui nella sinistra radicale non c’è attenzione. Bisogna andare a fondo: 1) sui motivi della vittoria a livello planetario del modo di produzione capitalistico pur nella varietà delle civiltà in cui si manifesta; 2)sulle cause ultime del fallimento delle esperienze di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio; 3) sulle origini della crisi del compromesso realizzato con lo stato sociale. Ciascuno di questi temi, trattato da molte ricerche, chiede, ovviamente, non uno ma tanti seminari. Basta qui accennare che non si può pensare ad una vittoria globale come quella del modello capitalistico (che realizza – centocinquanta anni dopo – la previsione del Manifesto di Marx ed Engels), senza intendere che in esso si intreccia una complessità di elementi che connettono il fatto economico con la natura, la cultura e la storia. La lezione fondamentale di Gramsci sta nel contrasto verso una lettura di Marx che isoli il momento economico. Una critica che voglia essere veritiera delle conseguenze drammatiche che il modello capitalistico ha oggi nel momento della sua piena espansione deve fare i conti, dunque, con i motivi della sua efficienza quantitativa, e della sua accettabilità – o della sua desiderabilità – interiorizzate da masse sterminate nei paesi a capitalismo maturo e ben oltre di essi. Il fondamento individualistico – per quanto contraddetto da pratiche omologanti – e l’appello alla creatività umana – per quanto sommerso nella mercificazione universale – sono pilastri portanti. E’ possibile, credo, rovesciare il significato e la funzione: ma bisogna porselo come problema. Ignorare o negare questi dati elementari della realtà umana chiude ogni prospettiva. Per quanto attiene al crollo delle esperienze di tipo sovietico al di là di ogni altra considerazione (l’isolamento del momento economico, la soppressione di ogni proprietà privata, la negazione della rappresentanza plurale) credo che bisogna vedere bene che è stata smentita la idea della onnipotenza del politico nella determinazione dell’economico e, con esso, della vita stessa. La politica ha molte cose da fare per influire sull’economia ma non può sostituirsi ad essa. Ignorarlo ha portato – come in Russia – alla conseguenza del ritorno al capitalismo selvaggio e del regime proprietario privatistico più estremo. Una sinistra nuova non si costruisce senza la conoscenza più profonda dei meccanismi di funzionamento dell’odierna economia capitalistica in cui viviamo e senza intendere che è sullo specifico piano dell’economico che c’è un’azione nuova da condurre. L’azionariato di massa, attraverso i fondi pensione e i fondi di investimento ha mutato da tempo l’assetto proprietario e il significato della finanziarizzazione e ha creato con la conduzione manageriale un nuovo intrico di problemi destinati, come ha dimostrato il caso Enron e tanti altri, a colpire insieme lavoratori e risparmiatori che spesso coincidono nella medesima persona. La promessa – che viene fin dagli anni trenta del ‘900 – di trasformare, con la diffusione proprietaria, il capitale in una funzione tecnica non poteva essere assolta senza mutamenti nella forma e nell’uso dell’accumulazione, ma è qui che bisogna cercare. La formula “sì all’economia di mercato no alla società di mercato” se indica una necessaria separazione di temi non interviene nell’analisi del funzionamento del mercato, ch’è esso stesso una creatura in larga misura artificiale, cioè regolata. La programmazione economica già c’è, in certo modo, ma ha poco a che vedere con la volontà generale e con i bisogni di sviluppo umano. La comprensione della forza reale del capitale e della improponibilità di posizioni novecentesche ancora in voga non solo non attenua ma rafforza una critica consapevole del modello economico-sociale capitalistico come forma di civiltà. I dati sono troppo noti per essere presentati qui. E’ impossibile la prosecuzione dello sviluppo così com’è ora con l’ingresso di miliardi d’individui nella medesima spirale di consumi che ha già portato al collasso della natura considerata mero oggetto. In più la contrapposizione estrema tra ricchezza e povertà, il bestiale sfruttamento del lavoro a livello globale, le frustrazioni nazionali dovute al dominio imperiale sulle risorse hanno creato una situazione insostenibile che ha avuto come unica risposta la proclamazione della guerra preventiva e infinita da parte della maggiore potenza mondiale, una guerra che, proclamata contro il terrorismo ha avuto come esito, peraltro scontato, la sua moltiplicazione. La idea in se stessa contraddittoria, prima che inaccettabile, della esportazione della democrazia con la forza si è trasformata in un bagno di sangue e serve solo a coprire il deficit di democrazia e la crisi di rappresentanza particolarmente evidente negli Stati Uniti. Non ci sarà scampo senza un nuovo ordine mondiale. Battersi per valori alternativi a quelli delle ideologie conservatrici non significa immaginare di poterli imporre attraverso l’opera di un qualsiasi governo, e non solo perché quello attuale è a maggioranza moderata. La laicità dello Stato è innanzitutto un valore della sinistra. La funzione di una sinistra politica dovrebbe essere quella di promuovere nella società i valori in cui crede, e di raccogliere e far propri gli impulsi che vengono dai movimenti volta a volta impegnati autonomamente sui temi della trasformazione sociale. Non è vero che discutere del rapporto tra etica e politica è un discutere di aria fritta, dato che la politica è il regno dei rapporti di forza se non altro perché i convincimenti sono la più grande delle forze immaginabili. Noi vediamo ora che cosa abbia significato e significhi il rovesciamento di cultura rappresentato dal culto della ricchezza come valore supremo. La pace è una necessità per il genere umano, ma è anche una scelta. Il rifiuto della violenza come metodo della azione politica è un bisogno della convivenza ma è anche un’opzione morale. Il diritto alla resistenza contro l’aggressore ha un fondamento etico e perciò deve escludere il terrorismo, le stragi dei civili, e cioè l’adozione del metodo stesso dell’aggressore. Il terrorismo non può avere alcuna giustificazione morale proprio perché esso ancor prima che politicamente è eticamente un aiuto all’aggressore, al sopraffattore, all’oppressore. Al fondo di ogni scelta di sinistra c’è una motivazione morale, un bisogno di giustizia e di libertà il cui strumento è l’uguaglianza: un bisogno che viene da una lunga storia di cultura, di cui è certo stato un passaggio essenziale ma non unico e non esaustivo il messaggio cristiano poiché c’è voluta l’affermazione della ragione come strumento di liberazione, l’analisi della materialità del processo storico e le idealità socialiste per dare concretezza a quelle istanze morali. La prova ultima è nell’interrogativo di Ratzinger a Mauthausen sul silenzio di Dio, interrogativo che è senz’altro l’espressione dell’angoscia di un credente ma ignora la domanda sul silenzio degli uomini, compresa tanta parte della Chiesa e compresi i professori del seminarista Ratzinger – ma non dei maestri della Rosa Bianca. Una forza di sinistra si costruisce su un programma politico, ma questo stesso ha dietro e dentro di sé un ragionamento sulla società, sullo Stato, sulla persona umana. Lo smarrimento a sinistra sui temi della bioetica - provato anche in occasione del referendum sulla fecondazione assistita – è l’indizio di un vuoto che viene da lontano. E’ giusto sostenere che la legislazione ha da essere laica, non dominata da una o altra morale. Ma non può bastare. Ormai viene riproposto il tema della libertà della donna e della proprietà del suo proprio corpo. Una politica quasi tutta al maschile – anche a sinistra – spesso non sa neppure di che si parla. Non sa che c’è una reazione – o vi partecipa, senza saperlo – contro l’unica rivoluzione – quella femminile – che è venuta avanti per via di cultura, e non di obiettivi. Si ignora la scoperta che gli universali più che neutri sono espressione del sesso dominante, che bisogna fare i conti con una doppia soggettività, che la idea stessa di eguaglianza va rielaborata come idea di eguaglianza nella differenza. Una sinistra nuova, forte nei principi e nei valori, può agire con più consapevolezza anche negli obblighi imposti dall’immediatezza della politica. La scelta della pace, il primato sociale del lavoro, l’obiettivo della libertà pongono necessariamente l’allargamento dell’orizzonte all’Europa. Una sinistra nuova deve partecipare alla costruzione di questa entità, finora essenzialmente economica, poiché da essa potrebbe venire un contributo essenziale di fronte alla crisi attuale. Le stesse priorità interne in una scala di bisogni tutti urgenti si stabiliscono per scelte che presuppongono una analisi di valore: sono prioritari o no i temi del precariato, della condizione lavorativa delle giovani generazioni, della scuola pubblica? Il rapporto tra politica e amministrazione, il ruolo e il funzionamento delle regioni e delle autonomie, i temi dello Stato sociale: tutti e ognuno di essi hanno bisogno di essere vissuti da sinistra con il proposito di misurarsi con i silenzi, le coperture, quando non le omertà di una politica malata. Ne ho accennato all’inizio, concludo con questo tema. Ogni proposito può essere sterile, ed è sterile se nella pratica politica c’è la omologazione universale. Il penoso esempio della formazione del governo, la furibonda gara per i posti in tutti i partiti è un esempio scostante. Se si vuol ripartire, non basterà dire cose assennate. La corsa al posto retribuito anche per i ruoli più semplici per il fatto che la paga è buona (ma non come le altre) fa divenire sempre più grave il rischio della mediocrità. La riforma della politica parte da se stessi. La predicazione smentita dai comportamenti genera il declino di qualsiasi impresa. In molte parti d’Italia la sinistra non c’è più anche per queste ragioni. Per questo dicemmo che non c’è altro socialismo che quello dei comportamenti, dato che ogni attesa messianica – una volta credibile – è assurda. Bisogna porsi il problema della burocrazia. Nel PCI ci fu, e per lungo tempo si fece onore fino a fornire un personale politico degno delle massime responsabilità. Se ci vuole bisogna darsi regole precise e severe, altrimenti non si formano “quadri” efficienti. Bisogna sapere se conta più studiare, sapere, organizzare o fare clientela. Gramsci voleva dirigenti che esercitano il loro ruolo sapendo che la separazione dirigenti-diretti non ci dovrebbe essere. Si dice che è meglio il partito degli eletti perché sono scelti dal popolo e tra di essi affermati. Ma veramente è il consenso ottenuto nei modi più disparati che garantisce la capacità? La riforma della politica e dei partiti passa anche attraverso una ridefinizione del ruolo della politica: ad essa spetta il controllo e l’indirizzo non la gestione. E’ una riforma liberale, oggi rivoluzionaria: la crisi della democrazia – che ha origini profonde nella separazione tra istituzioni e popolo e movimenti – ha anche nella confusione tra politica e gestione degli affari una sua causa determinante. In tal senso una lega composta da associazioni di volontari può essere, credo, una buona partenza. Aldo Tortorella November 17 tre passi avantiTRE PASSI AVANTITre passi avanti… uno indietro per umiltà ognuno ha i suoi santi le sue bandiere di libertà io seguo Che Guevara mi fido dell'aria e del colore Tre passi avanti uno indietro che male non fa. Bandabardò November 15 V per vendettami sono appena visto un film spettacolare...rida un po di speranza...romanzare l'attualità così non l'avevo mai visto fare prima...
un po orwell, un po il racconto dell'attuale realtà sociale...un po bel film d'azione...spettacolare!!!:D
V for VENDETTA angolo della poesiaMi elevo
Cerco Nel profondo dell'anima. Buio Mi rifugio in riva al mare: rosso, blu, arancio il sorriso del tramonto sull'acqua: perfezione del mondo, lingua incomprensibile per l'uomo cieco, luce rivelatrice, riconciliazione per l'animo in tempesta.
Mi elevo November 12 ninnanannadedico questa canzone a tante persone...a tutte le persone che per me sono state importani e a per cui io sono stato importante...
a tutte quelle per cui una mia parola, un mio gesto, una mia azione è servita a qualcosa...a tutte quelle che di me si ricorderanno per un po di tempo...a tutte quelle a cui io ho voluto bene più di me stesso...a tutte le persone che hanno creduto in me deludendoli o meno...a tutte le persone che inconterò nella mia strada!
Ninnananna
Camminavo vicino alle rive del fiume
nella brezza fresca degli ultimi giorni d'inverno e nell'aria andava una vecchia canzone e la marea danzava correndo verso il mare A volte i viaggiatori si fermano stanchi e riposano un poco in compagnia di qualche straniero chissà dove ti addormenterai stasera e chissà come ascolterai questa canzone Forse ti stai cullando al suono di un treno, inseguendo il ragazzo gitano con lo zaino sotto il violino e se sei persa in qualche fredda terra straniera ti mando una ninnananna per sentirti più vicina Un giorno, guidati da stelle sicure ci ritroveremo in qualche ancgolo di mondo lontano, nei bassifondi, tra i musicisti e gli sbandati o sui sentieri dove corrono le fate E prego qualche Dio dei viaggiatori che tu abbia due soldi in tasca da spendere stasera e qualcuno nel letto per scaldare via l'inverno e un angelo bianco seduto vicino alla finestra Modena City Ramblers November 11 la serietàmi sono stancato...non è possibile che ogni giorno si modifichi il testo della finanziaria!!!
è una finanziaria con un'impostazione sbagliata..non di sinistra..in cui si ci sono tantissimi miglioramenti rispetto alle passate, ma non di sinistra!
ma per quello che sia non si puo cambiare un giorno si e l'altro pure...un governo di buffoni!!!
abbiate un po di
serietà!
P.S. in Italia penso governeranno ancora per molti anni le logge massoniche e la Chiesa...al Sud la mafia...e in giro per l'Italia anke qualcun'altro...
w la democrazia!!!! November 10 la donazionefinalmente ho donato il sangue anchio...è qualcosa di troppo bello...si capisce così perchè si dice che donare è più bello che ricevere
donate tutti!!! November 07 articolo di Anna Politkovskavja"Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione, ma la cosa più importante è continuare a raccontare quello che vedo". Anna Politkovskaja spiega il mestiere di giornalista
Internazionale 665, 26 ottobre 2006 Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me. Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999. Mi nascondevo dai soldati federali russi, ma grazie ad alcuni intermediari di fiducia riuscivo comunque a stabilire dei contatti segreti con le singole persone. In questo modo proteggevo i miei informatori. Dopo l'inizio del piano di "cecenizzazione" di Putin (ingaggiare i ceceni "buoni" e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni "cattivi" ostili a Mosca), ho usato la stessa tecnica per entrare in contatto con i funzionari ceceni "buoni". Molti di loro li conoscevo da tempo dato che, prima di diventare "buoni", mi avevano ospitato a casa loro nei mesi più duri della guerra. Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da "rieducare". Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell'amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev'essere "ripulita" da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me. L'imboscata Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età. La sciarpa non copriva completamente il capo ma non lo lasciava neanche scoperto. Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c'era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c'era più. L'avevano portata via. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio due guerriglieri ceceni sono caduti in un'imboscata tesa alla periferia di Kurchaloj da alcuni uomini fedeli all'alleato del Cremlino, Ramzan Kadyrov, il primo ministro ceceno. Adam Badaev è stato catturato mentre Hoj-Ahmed Dushaev, originario di Kurchaloj, è stato ucciso. Verso l'alba una ventina di Zhiguli piene di uomini armati hanno raggiunto il centro del villaggio dove si trova il commissariato di polizia. Portavano la testa di Dushaev. Due uomini l'hanno fissata al gasdotto al centro del villaggio e sotto hanno appeso i pantaloni macchiati di sangue. Poi hanno trascorso le due ore successive a fotografare la testa con i cellulari. La testa mozzata è rimasta esposta per ventiquattr'ore. Alla fine gli uomini della milizia l'hanno portata via, lasciando i pantaloni appesi alla tubatura. Gli agenti dell'ufficio del procuratore generale intanto stavano esaminando la scena dell'imboscata. Gli abitanti del paese assicurano di aver sentito uno degli agenti chiedere a un subordinato: "Hanno finito di ricucire la testa?". Il corpo di Dushaev, con la testa ricucita al collo, è stato riportato sul luogo dell'imboscata, e l'ufficio del procuratore generale ha avviato l'indagine seguendo le normali procedure investigative. Ho scritto un articolo per raccontare l'episodio, senza fare commenti ma fornendo una ricostruzione dei fatti. Sono tornata in Cecenia proprio quando in edicola usciva il giornale con il mio articolo. In piazza le donne hanno cercato di nascondermi. Erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero sparato se avessero saputo che ero lì. Tutte mi hanno ricordato che il premier aveva giurato pubblicamente di uccidermi. Era successo durante una riunione dell'esecutivo: Kadyrov aveva dichiarato di averne abbastanza e aveva aggiunto che Anna Politkovskaja era una donna spacciata. Me lo hanno raccontato alcuni membri del governo. Perché tanto odio? Forse non gli piacevano i miei articoli? "Chi non è dei nostri è un nemico". Lo ha detto Surkov, il principale sostenitore di Kadyrov nell'entourage di Putin. "È talmente stupida che non conosce neanche il valore dei soldi. Le ho offerto del denaro ma non lo ha accettato", ha detto Kadyrov a un mio vecchio conoscente, un ufficiale delle forze speciali della milizia. È "uno dei nostri", e se ci avessero sorpresi a parlare di certo avrebbe passato dei guai. Al momento di salutarci, fuori era buio. L'ufficiale mi ha pregato di non uscire, perché aveva paura che mi uccidessero. "Non andare. Ramzan è molto arrabbiato con te". Sono uscita lo stesso. Quella notte a Grozny avrei dovuto incontrare una persona di nascosto. Si è offerto di farmi accompagnare con un'auto della milizia, ma l'idea mi sembrava ancora più rischiosa: sarei diventata un bersaglio per i guerriglieri. "Ma almeno nella casa dove stai andando sono armati?", mi ha chiesto con aria preoccupata. Durante tutta la guerra sono stata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti i suoi nemici ti proteggono. Ma domani la minaccia verrà da qualcun altro. Perché mi dilungo su questa storia? Solo per spiegare che in Cecenia le persone sono preoccupate per me, e questo fatto mi commuove profondamente. Temono per la mia vita più di me. Perché Kadyrov vuole uccidermi? Una volta l'ho intervistato e ho pubblicato le sue risposte senza cambiare una virgola, rispettando tutta la loro incredibile stupidità e ignoranza. Kadyrov era convinto che avrei riscritto completamente l'intervista, per farlo apparire più intelligente. In fondo oggi la maggior parte dei giornalisti, quelli che fanno parte "dei nostri", si comporta così. Basta questo per attirarsi una minaccia di morte? La risposta è semplice come la visione del mondo incoraggiata dal presidente russo Vladimir Putin. "Dobbiamo essere spietati con i nemici del reich". "Chi non è con noi è contro di noi". "Gli oppositori devono essere eliminati". "Perché ti sei fissata sulla storia della testa tagliata?", mi ha chiesto a Mosca Vasilij Panchenkov, che dirige l'ufficio stampa delle truppe del ministero degli interni, pur essendo una persona per bene. "Non hai altro a cui pensare?". Mi sono rivolta a lui per avere un commento su Kurchaloj per la Novaja Gazeta. "Lascia perdere, fai finta che non sia successo niente. Lo dico per il tuo bene!". Ma come posso dimenticare? Detesto la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra chi "è dalla nostra parte" e chi "non lo è" o addirittura "è dall'altra parte". Se un giornalista è "dalla nostra parte" otterrà premi e rispetto, e forse gli proporranno perfino di diventare un deputato della duma, il parlamento russo. Ma se "non è dalla nostra parte", sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee e dei loro valori, diventando automaticamente un reietto. Questo è il destino di chiunque si opponga alla nostra "democrazia sovrana", alla "tradizionale democrazia russa". Riferire i fatti Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo. Quale crimine ho commesso per essere bollata come "una contro di noi"? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato. Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione. Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l'effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un'impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l'età per scontrarmi con l'ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l'avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell'ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli. La prima domanda che mi rivolgono è sempre la stessa: "Come e dove ha ottenuto queste informazioni?". Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L'unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta. Ma si sa...l'Italia è la culla della mafia....... November 06 di ritorno da riva del gardaeccomi qui da poco tornato dal convegno sulla globalizzazione organizzato da Mani Tese a Riva del Garda.
Beh che dire...sicuramente è stato un convegno di alto profilo che mi servirà tantissimo per la mia tesi, personaggi di spicco da cui finalmente ho sentito fare proposte concrete per alternative possibile, nuovi modelli di sviluppo, o meglio di società sostenibile.
Si perchè alla fine il discorso è proprio quello, il termine sviluppo sostenibile è un po abusato ormai, si usano sempre più categorie vecchie per concetti nuovi.
Il problema non è uno sviluppo sostenibile, è andare a cercare qualcosa che vada oltre lo sviluppo, non mettere lo sviluppo al centro delle nostre discussioni, il PIL e l'economia finanziarizzata...mettiamo al centro l'uomo, i suoi diritti e la società.
Allora non discuteremo più di sviluppo sostenibile, ma parleremo di società sostenibile!
Riassumere il convegno è assurdo dalle pagine di questo blog, gli spunti, gli approfondimenti sono notevoli e molteplici...mi limito solo a dire che un altro mondo è possibile...basta volerlo!
Per il resto vacanza così così per la presenza dei miei genitori con me...ma quello è un altro discorso...alla fine tutto passa e bisogna sempre cogliere il meglio dalla vita.
Finisco con una citazione...anche se non so di chi...
"Per credere a una crescita infinita in un mondo finito, si deve essere dei pazzi o degli economisti" November 01 il mistero 11 settembre s'infittisce...“Catania mistero 11 settembre : Una linea telefonica non attiva. Usata solo nelle due notti prima delle Torri: decine di chiamate tra Maine e Afghanistan Una linea telefonica che non doveva funzionare. Ma dove qualcuno è riuscito a infilarsi. E in due sole notti ha fatto decine di telefonate internazionali, per poi tornare nel silenzio. Una normale truffa? Una clonazione per caricare la bolletta altrui? Le cose si complicano quando si guardano le date: le chiamate sono avvenute soltanto il 9 e il 10 settembre 2001. E se si esaminano i paesi oggetto delle telefonate, allora si capisce di essere finiti nel bel mezzo di un vero intrigo. Alla vigilia dell’attentato alle Torri Gemelle, da quella linea formalmente non attiva vengono contattati l’Afghanistan, l’Arabia Saudita, il Bahrein. Soprattutto viene chiamato il Maine, la contea degli Stati Uniti dove Mohamed Atta e i suoi compagni stavano per lanciare l’attacco. Due notti di traffico frenetico, che disegnano la mappa del terrorismo fondamentalista, poi più nulla. Finché una serie di controlli incrociati hanno portato a riscoprire la vicenda, oggetto ora di un’indagine condotta dalla Digos e delle attenzioni dell’intelligence italiana e statunitense. A cinque anni dall’evento che ha cambiato la storia, spunta un mistero tutto siciliano. Reso ancora più fitto dalle caratteristiche della linea: una vecchia Isdn che viene considerata a prova di clonazione. E dal fatto che l’azienda titolare dell’utenza si trova a poca distanza dall’aeroporto di Sigonella, la più grande base americana del Mediterraneo e cuore della guerra elettronica contro l’organizzazione di Osama Bin Laden. Insomma, l’episodio accaduto nella Etna Valley, in quella fetta della Piana di Catania strappata agli aranceti dalle industrie hi-tech, ha tutti gli ingredienti della spy story. Una storia che potrebbe confondersi nella grande rete telematica che ha reso la Sicilia occidentale un ’ombelico del mondo’ virtuale, dove si intrecciano i cavi a fibra ottica delle principali dorsali della comunicazione mondiale, con un gomitolo sotterraneo che conta quasi cento chilometri di cavi. Al centro di questo enigma c’è una linea telefonica Isdn mai installata completamente. Iscritta nel distretto telefonico di Catania, la linea è rimasta sempre in ’silenzio’. Fino al 9-9-2001 e alla notte successiva. Muta da mesi, e poi mai più utilizzata, nello spazio di due notti la linea generò un incredibile volume di traffico internazionale. Nessuna chiamata in arrivo. Solo contatti in partenza: un paio collegarono il cuore della Sicilia al Maine, la regione degli Stati Uniti dove, secondo le ricostruzioni dell’Fbi, pernottarono Mohamed Atta e altri dirottatori prima di imbarcarsi all’aeroporto di Portland per poi entrare in azione. Quegli scampoli di telefonata verso gli Stati Uniti, però, sono parte minoritaria del traffico. La gran parte delle chiamate mise in contatto l’utenza con Afghanistan, Arabia Saudita, Bahrein ed altri emirati del Golfo. Erano conversazioni vocali o flussi di dati? Impossibile stabilirlo. L’utenza era stata richiesta qualche mese prima da un gruppo imprenditoriale della provincia di Catania, presumibilmente una costola aggregata al Consorzio area di sviluppo industriale. Il contratto stipulato prevedeva che l’utente avrebbe avuto in dotazione un impianto Isdn. Il canale venne attivato, ma le dotazioni necessarie affinché l’azienda potesse utilizzasse la linea non vennero mai fornite: quel canale non poteva funzionare. Sembrerebbe certo che non l’abbia potuta utilizzare l’azienda che l’aveva commissionata. Le uniche ’telefonate’ contabilizzate, poi, sono proprio quelle registrate nelle due fatidiche notti. Alla fine del 2001, l’azienda si vide recapitare una bolletta salata. Una cosa incredibile: la linea non era mai diventata operativa. L’azienda protestò con l’operatore, dimostrando di non avere ottenuto la completa istallazione dell’impianto: cosa subito riscontrata dalla divisione clienti business che ha provveduto a cancellare la bolletta dimenticata. Sul piano amministrativo la vicenda si chiuse. E quelle telefonate finirono nel dimenticatoio. Ora, però, quella linea telefonica è nel mirino degli investigatori antiterrorismo del capoluogo siciliano. Che vogliono vederci chiaro su quelle due notti intere passate al telefono e soprattutto intendono capire il senso di quelle chiamate verso Stati Uniti e i paesi del mondo arabo alla vigilia dell’attacco all’America. A distanza di cinque anni il tentativo di ricostruire l’episodio è un percorso impervio: strada in salita che condurrà gli investigatori in una sorta di gara a tappe. Gestita nel massimo segreto. Il traffico misterioso sarebbe transitato su una delle linee Isdn richieste a Telecom dal Consorzio area di sviluppo industriale - zona n: una dozzina di utenze, allacciate nello stesso periodo. È importante ricostrire tutte le fasi dell’installazione, per individuare possibili falle sfruttate per inserirsi nella linea. E poi sarà compito dei consulenti informatici completare la mappa dell’incursione e stabilire con quali modalità venne sfruttata la linea telefonica nelle due notti chiave per il piano dei dirottatori quaedisti. Le Isdn (acronimo di integrated services digital network) ormai superate dallo sviluppo tecnologico, sono linee digitali a doppio canale multinumero. Le informazioni ’scorrono’ sulla linea sotto forma di codici numeri in sistema binario per poi essere aggregate in forma digitale grazie a una borchia. Per questo, il segnale che corre sulle linee isdn non è intercettabile. È una linea che non può essere clonata, semmai può essere utilizzata da postazioni esterne mediante l’installazione di una borchia lungo un punto qualsiasi del tracciato della linea, oltre che sul punto terminale. Le Isdn sono considerate estremamente versatili: consentono anche il trasferimento di chiamata e, grazie al secondo canale di cui dispongono, sono utilizzabili per conversazioni a tre. In questo caso è anche possibile che una connessione generi una conversazione tra due interlocutori connessi alla linea principale: la linea può essere stata usata come ponte. Di questo collegamento, però, non potrebbe essere restata alcuna traccia. E questo complica le indagini. Un episodio per alcuni versi analogo accadde a Palermo sempre in coincidenza con l’11 settembre. In quel caso, una sommaria indagine venne compiuta dal Sisde che analizzò i tabulati relativi ad alcune telefonate che collegavano il capoluogo siciliano a paesi del mondo arabo. Nonostante la coincidenza con la vigilia dell’attacco a New York, non venne neppure aperta un’indagine ufficiale poiché, considerata la vastità della comunità musulmana residente in Sicilia occidentale, quel traffico venne reputato non sospetto. Ben diverso il caso della Etna Valley, che potrebbe inserirsi in quel labirinto di segnali sulla ragnatela europea che era a conoscenza del piano contro il World Trade Center. Come Abu Dahdah che veniva intercettato a Madrid mentre spiegava di "avere preparato qualcosa che sicuramente piacerà. Siamo entrati nel campo dell’aviazione e stiamo per tagliare la gola agli uccelli". E come il presunto leader qaedista Abu Saleh che fece arrivare ai suoi compagni detenuti a San Vittore una busta con dentro la cartina di una celebre gomma da masticare, con il ponte di Brooklyn sorvolato da un aereo. Un messaggio criptico prima dell’11 settembre, che solo più tardi è stato compreso nella sua terribile allusività.” Mi chiedo come mai sia possibile che una notizia sull’apertura di un’inchiesta sul più incredibile evento a cui la società civile abbia mai assistito a quanto ne so io...non sia pubblicata da NESSUN altra testata e trasmessa su nessun canale televisivo!!!! La possibile e più immediata interpretazione è ormai legata alla triste teoria del complotto globale, che giorno per giorno alimenta scenari apocalittici e realtà fantascientifiche...ma io non sono qui a pensare di continuo che da qualche parte un satellite mi stia spiando (magari si...) o che qualcuno stia complottando per attribuire l’omicidio di Kennedy a Topolino, certo è che una notizia, per quanto su dettagli tutti in corso di verifica e su elementi legati solo a ipotesi e a strane coincidenze, non è stata comunicata (ok: poco comunicata?)...in maniera quanto meno massiccia con dibattiti ricchi di: secondo me, si però, e vabbè se ci mettiamo a, bla bla, mi consenta, terùn, etc Ora sull’11 settembre siamo stati seppelliti da qualsiasi tipo di documento, dibattito, documentario, ricostruzione (sigh!), persino su chi era dove quando è successo: Mastella c’era andato il giorno prima, la Marini il 9 agosto (e poi c’è tornata a vedere ground zero) mia cugina tre anni fa e c’aveva tirato pure il filmino. Un’informazione che coinvolge: basi militari americane in sicilia, linee impossibili da clonare, telefonisti fantasma...non viene data in pasto a un pubblico di morbosi accaniti delle verità nascoste? A voi: giusto per avere un tassello in più... E’ la somma che fa il totale. Fonte articolo:http://espresso.repubblica.it/ Link:http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Catania,%20mistero%2011%20settembre/1380283//1
L'11 SETTEMBRE E' STATO VOLUTO DA GEORGE W. BUSH |
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