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    May 28

    la (tragica) situazione dei diritti umani in Italia III

    DIRITTI DEI RIFUGIATI E DEI MINORI MIGRANTI

     

    Miglioramenti legislativi e rischiosi passi indietro

     

    Alcuni miglioramenti sono stati introdotti nel 2007 nella normativa e nella prassi in materia di asilo e rispetto ai minori migranti giunti alla frontiera. Essi tuttavia vengono ora messi a rischio dalle proposte di riforma incluse nel citato “pacchetto sicurezza”, che intervengono in un quadro ancora privo di una legge organica sull’asilo.

    A seguito della chiusura della propria campagna Invisibili a giugno del 2007, che ha raccolto 50.000 firme e si è articolata in oltre 200 iniziative nel corso di 16 mesi, AI ha segnalato i miglioramenti intervenuti relativamente ai minori giunti in Italia via mare. Tra essi la drastica riduzione dei tempi di detenzione dei minori non accompagnati all’arrivo, l’emanazione di regole di identificazione che ancorano l’identificazione al principio di presunzione della minore età in caso di dubbio e la pubblicazione dei dati relativi agli arrivi dei minori via mare, i quali hanno mostrato la loro forte presenza all’interno di quelli che, con gergo militaresco, vengono definiti “sbarchi” di immigrati. Nel 2007 i minori hanno rappresentato oltre il 10,5 % degli arrivi via mare.

    Agli inizi del 2008, la materia dell’asilo è stata profondamente modificata con l’entrata in vigore di due decreti legislativi emanati dal Governo a novembre 2007, in attuazione di altrettante direttive Ue, rispettivamente il D. Lgs 251/2007 sulla qualifica di rifugiato entrato in vigore il 19 gennaio 2008 e il D. Lgs. n. 25/2008 sulle procedure di asilo, entrato in vigore il 2 marzo 2008. I due decreti hanno introdotto alcuni importanti miglioramenti, tra cui l’effetto sospensivo dell’espulsione determinato dalla presentazione del ricorso contro il diniego della domanda di asilo (effetto sin ad allora escluso, con gravi rischi in caso di rimpatrio forzato del richiedente asilo la cui domanda fosse stata erroneamente rigettata in prima istanza).

    Come si è detto le modifiche delle norme prospettate nel citato “pacchetto sicurezza” includono la cancellazione dell’effetto sospensivo e quindi rappresenterebbero un pericoloso passo indietro, ripristinando, ad appena tre mesi dall’adozione di nuove norme ancora non applicate, una situazione in cui il richiedente asilo la cui domanda sia respinta in prima istanza rischia di essere rimpatriato senza alcun vaglio sui rischi corsi e quindi in violazione del principio di non-refoulement.

    Inoltre, in caso di un generale inasprimento delle norme sulla detenzione, i minori, in particolare se al seguito di genitori irregolari, non sarebbero al riparo dai rischi.

     

     

     

     

     

    La collaborazione tra Italia e Libia in materia di contrasto all’immigrazione

     

    È proseguita la collaborazione con la Libia in materia di contrasto all’immigrazione irregolare sulla base di accordi segreti e senza che alcuna condizione venisse posta dall’Italia in materia di rispetto dei diritti umani. La Libia non ha ratificato la Convenzione sullo status di rifugiato, non ha una procedura di asilo e si macchia ogni anno di gravi violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, tra cui la detenzione arbitraria e le violenze contro i migranti detenuti, comprese le donne. Gli intensi rapporti diplomatici tra i due paesi hanno condotto il 29 dicembre 2007 a un accordo bilaterale che prevede il pattugliamento marittimo congiunto attraverso un nucleo operativo italo-libico a comando libico, per mezzo di sei navi della Guardia di Finanza fornite dall’Italia, senza che venga chiarito cosa debba accadere alle persone, migranti e rifugiati, respinte in mare dalle unità navali.

    L’Italia ha ultimato e consegnato al governo libico una struttura a Gharyan destinata, secondo quanto dichiarato dal ministero dell’Interno nel luglio 2007, “a scuola per l'addestramento e la formazione degli allievi agenti della polizia libica, nell'ambito dei rapporti di collaborazione delle forze di polizia”, mentre non si hanno notizie precise circa il centro previsto a Kufra e definito dallo stesso ministero dell’Interno un “centro sanitario di frontiera”.

    La lettera con cui AI chiedeva all’allora ministro Amato chiarimenti circa un’operazione realizzata in Libia con la collaborazione di personale italiano di pubblica sicurezza nei confronti di 190 migranti sudanesi, eritrei, etiopi e di altre nazionalità, tra cu 17 donne e 3 bambini, è rimasta senza risposta.

    Con il decreto legge di rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, il governo Prodi ha destinato alla collaborazione con la Libia oltre 6 milioni e 200 mila di euro. Il decreto è stato convertito in legge dal Parlamento il 13 marzo 2008.

     

    COMMERCIO DI ARMI E BAMBINI SOLDATO

     

    Sussiste una preoccupante disomogeneità delle norme che regolano le esportazioni di armi da guerra e delle piccole armi ad uso civile.

    Il commercio delle armi leggere e di piccolo calibro (fucili, pistole, munizioni ed esplosivi), le più diffuse nei conflitti in cui sono utilizzati bambini come soldati, non rientra nell’ambito della disciplina della Legge 185/1990, che contiene severe disposizioni procedurali per l’esportazione, l’importazione ed il transito di armi ad uso bellico verso paesi terzi, ma è regolamentato dalla Legge 110/1975 la quale, al contrario, non prevede limiti alle esportazioni sulla base dello standard dei diritti umani del paese importatore e del coinvolgimento del paese stesso in una guerra interna o internazionale. È quindi ammesso e possibile che l’Italia venda armi leggere a soggetti privati o a governi di paesi in cui persone con meno di 18 anni partecipano alle ostilità come parte di eserciti o di gruppi armati. Nel gennaio 2008, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha reso pubblico il Rapporto Annuale 2007, destinato all’attenzione del Consiglio di Sicurezza, in cui si conferma il reclutamento e l’utilizzo di bambini soldato in diversi paesi già segnalati nel 2006, tra cui: Burundi, Ciad, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Nepal, Filippine, Uganda e Afghanistan.

    Da un’analisi dei dati disponibili si rileva che, tra il 2002 e il 2007, l’Italia ha autorizzato l’esportazione di armi leggere e di piccolo calibro verso soggetti privati o statali delle Filippine per € 7.169.863, in Afghanistan per € 3.189.346, e in Colombia per € 1.027.196, nonché verso soggetti privati o statali, nella Repubblica Democratica del Congo per € 179.582, in Nepal per € 18.321, in Uganda per € 10.088, in Burundi per € 9.017, e in Ciad per € 1.756.

    Inoltre, nonostante gli elevati standard sui diritti umani contemplati dalla Legge 185/1990, non sempre le autorizzazioni all’esportazione di armi hanno effettivamente evitato che queste finissero a governi di paesi in cui i bambini vengono utilizzati come soldati. L’Italia, tra il 2002 e il 2006, ha infatti venduto armi alle forze armate delle Filippine per 1,6 milioni di euro e della Colombia per 2,3 milioni di euro.

    Tutto ciò avviene in aperto e palese contrasto con gli impegni assunti a livello internazionale: in particolare, in occasione della candidatura italiana a componente del nuovo Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani per il triennio 2007-2010, il governo italiano si è impegnato a tutelare i diritti dell’infanzia, specialmente dei minori coinvolti nei conflitti armati e a settembre 2007 il ministero degli Affari esteri ha presentato uno speciale “Minori soldato una sfida ancora aperta” in cui si evidenziava il ruolo dell’Italia nel contrastare l’utilizzo dei bambini soldato.

     

    Amnesty International, Ufficio Stampa: 06 4490224, 348 6974361, press@amnesty.it

     

    la (tragica) situazione dei diritti umani in Italia II

    EROSIONE DEI DIRITTI UMANI NELLA “GUERRA AL TERRORE”: LE SCELTE DELL’ITALIA

     

    Nel corso del 2007 e della prima metà del 2008 le scelte dell’Italia circa il rispetto dei diritti umani nell’ambito della lotta al terrorismo si sono mosse lungo linee analoghe a quelle percorse negli anni precedenti. La politica del sospetto applicata alle espulsioni e una tenace riluttanza a fare chiarezza sugli abusi commessi in nome della “guerra al terrore” hanno caratterizzato l’approccio delle autorità di governo. In quest’ambito, l’Italia ha anche contribuito a mettere a rischio la tenuta del principio internazionale che impone il divieto assoluto di tortura. 

     

    Rendition

     

    Il governo Italiano non ha collaborato pienamente alle indagini degli organismi internazionali che hanno accertato precise responsabilità dell’Italia nelle rendition (trasferimenti illegali di persone da un paese all’altro, generalmente culminanti in arresti arbitrari, sparizioni, detenzione senza processo e tortura).  

    Tre casi di rendition denunciati da un’indagine del Parlamento europeo chiamano in causa l’Italia: Abu Omar (rapito a Milano nel 2003), Maher Arar (condotto nel 2002 verso la Siria da un volo Cia per Amman con scalo a Ciampino) e Abou El Kassim Britel (cittadino Italiano arrestato in Pakistan nel 2002 e tuttora imprigionato in Marocco). L’indagine, realizzata dalla Commissione temporanea del Parlamento europeo (Tdip), ha condotto il 30 gennaio 2007 alla pubblicazione del rapporto sul “presunto utilizzo di paesi europei da parte della Cia per il trasporto e la detenzione illegali di persone” (relatore: on. Claudio Fava) secondo il quale tra il 2001 e il 2005 gli aerei legati alla CIA hanno fatto scalo almeno 1245 volte nei paesi europei. Il rapporto ha documentato che gli aerei della Cia hanno fatto scalo in Italia 46 volte, toccando 15 aeroporti: Pisa, Roma, Sigonella (Catania), Napoli, Bari, Firenze, Venezia, Palermo, Milano, Brindisi, Cagliari, Catania, Olbia, Genova, Montichiari (Brescia). Le autorità di governo responsabili dei servizi segreti al momento dell’indagine (Governo Prodi: on. Enrico Micheli, allora Sottosegretario alla presidenza del Consiglio e on. Enzo Bianco, allora presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) e quelle del precedente Governo Berlusconi (Gianni Letta, allora Sottosegretario alla presidenza del Consiglio) hanno rifiutato di incontrare la commissione, scelta deplorata dal Parlamento Europeo nella risoluzione del 14 febbraio 2007.

    L’8 giugno 2007 l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Pace) ha adottato il secondo rapporto del Senatore Dick Marty sulle “detenzioni segrete e i trasferimenti illegali di detenuti che coinvolgono Stati membri del Consiglio d’Europa”. Anche questo documento critica le scelte del governo italiano in merito all’accertamento della verità sul rapimento di Abu Omar.

     

    I casi di Abu Omar, Maher Arar, Abou El Kassim Britel

     

    Le indagini della magistratura italiana e l’avvio del processo sul coinvolgimento di funzionari di intelligence italiani e statunitensi nella rendition di Abu Omar stanno contribuendo a svelare la verità per mezzo della giustizia.

    Il 16 febbraio 2007 il giudice Caterina Interlandi, accogliendo la richiesta dei pubblici ministeri Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, ha rinviato a giudizio 26 cittadini Usa per lo più presunti agenti della Cia e 7 funzionari del Sismi per il rapimento dell’imam egiziano Abu Omar, prelevato a Milano il 17 febbraio 2003 e trasferito in Egitto, ove è stato detenuto arbitrariamente e, secondo quanto da lui dichiarato, sottoposto a torture. Tra i funzionari Italiani rinviati a giudizio, Nicolò Pollari e Marco Mancini, rispettivamente direttore e alto funzionario del Sismi al momento del rapimento. Il maresciallo dei carabinieri Luciano Pironi e il giornalista Renato Farina, diversamente coinvolti, hanno patteggiato la pena, mentre altri funzionari, per i quali era stata chiesta l’archiviazione, sono stati successivamente rinviati a giudizio.

    Due giorni prima del rinvio a giudizio, l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi ha promosso un ricorso per conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che la Procura di Milano avesse invaso i poteri attribuiti al governo, apprendendo documenti coperti da segreto di stato e ottenendo l’autorizzazione a intercettare utenze telefoniche del Sismi. Un ricorso simile è stato presentato nei confronti del Giudice per le indagini preliminari. Nei due ricorsi si chiede rispettivamente l’annullamento della richiesta di rinvio a giudizio e del decreto che dispone il giudizio. Procedimento analogo e opposto è stato promosso nei confronti del governo dalla Procura.

     

     

    L’8 giugno 2007 si è aperto il processo penale, ma dopo pochi giorni il giudice ha deciso di sospenderlo in attesa della decisione della Corte costituzionale, così accogliendo una richiesta presentata da Pollari e dagli altri imputati. La sospensione, non obbligatoria, è stata motivata con ragioni di economia processuale, in considerazione della potenziale inutilizzabilità di alcune prove a seguito del giudizio costituzionale. La Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili i ricorsi e ha fissato un’udienza per gennaio 2008, poi rinviata all’ultimo momento apparentemente in vista di una possibile “risoluzione concordata del conflitto” tra Governo e Procura, sinora non realizzatasi. In seguito, l’udienza di discussione dei tre citati ricorsi innanzi alla Corte Costituzionale è stata fissata per l’8 luglio 2008.

    Il 19 marzo 2008 il giudice di Milano ha deciso che il processo per il rapimento di Abu Omar dovesse ripartire. Il riavvio del processo agli agenti statunitensi e italiani accusati di coinvolgimento in questo paradigmatico caso di rendition rappresenta un importante passo in avanti per l’accertamento della verità e delle responsabilità. Il 13 maggio 2008 si è tenuta un’udienza nel corso della quale è stata ascoltata la moglie di Abu Omar, Nabila Ghali e il giudice ha ammesso a testimoniare Romano Prodi e Silvio Berlusconi. La prossima udienza è prevista per il 28 maggio.

    Gli imputati statunitensi sono tutti contumaci e il ministro della Giustizia durante la XV Legislatura, Clemente Mastella, non ha mai risposto alla richiesta della Procura di Milano di inoltrare al Governo Usa le richieste di estradizione dei 26 agenti, nonostante sollecitazioni giuntegli in tal senso dal Parlamento europeo, dal Consiglio d’Europa e da AI, organizzazione i cui rappresentanti il ministro non ha voluto incontrare.

    Con la citata risoluzione del 14 febbraio 2007, il Parlamento europeo ha deplorato “il fatto che il generale Nicolò Pollari, già direttore del Sismi, abbia nascosto la verità” alla Commissione e si è rammaricato che il rapimento di Abu Omar abbia messo a rischio le indagini sulla rete terroristica a cui Abu Omar era collegato. Dal canto suo, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Pace) ha criticato la scelta del governo Italiano di ostacolare la ricerca della verità sul caso di Abu Omar attraverso l’invocazione del segreto di stato e ha stigmatizzato la scelta dell’Italia di preservare “ad ogni costo” le relazioni con gli Usa.

    Il Parlamento europeo ha inoltre deplorato il coinvolgimento dell’Italia nella rendition di Maher Arar, cittadino canadese di origini siriane condotto in Siria con un volo della Cia per la Giordania, che fece scalo a Ciampino l’8 ottobre del 2002. In Siria Maher Arar è stato detenuto per un anno e ripetutamente torturato; diverso tempo dopo la liberazione e il ritorno in Canada ha ottenuto le scuse e un risarcimento dal suo governo per quanto accadutogli. Da informazioni pubblicamente disponibili, sul caso risulta essere in corso un’indagine della procura di Roma.

    Oggetto dell’indagine del Parlamento europeo anche il caso di Abou El Kassim Britel, cittadino italiano arrestato in Pakistan nel marzo 2002 dalla polizia pakistana, interrogato da agenti statunitensi e pakistani e successivamente consegnato alle autorità marocchine. Secondo la documentazione trasmessa alla Commissione dall'avvocato di Britel, dopo l’arresto il ministero dell’Interno italiano era stato in "costante cooperazione" con i servizi segreti stranieri. Abou El Kassim Britel è tuttora detenuto in Marocco. Le indagini della magistratura italiana nei suoi confronti si sono chiuse senza alcuna incriminazione.

     

    Gli effetti delle espulsioni antiterrorismo del “decreto Pisanu” e l’intervento della Corte europea dei diritti umani

     

    Nonostante le richieste del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (Conclusioni del 18 maggio 2007), l’Italia ha mantenuto pressoché immutate le norme sull’espulsione contenute dalla Legge 155/05, il cosiddetto “decreto Pisanu”, riguardante misure urgenti per la lotta al terrorismo. Esse prevedono l’espulsione di migranti regolari e irregolari sulla base di una vaga definizione del rischio da essi posto ( “fondati motivi di ritenere” che la loro “permanenza nel territorio dello Stato possa in qualsiasi modo agevolare organizzazioni o attività terroristiche”) e senza tutela efficace contro il rimpatrio forzato in paesi in cui rischiano la tortura e altre violazioni gravi. La legge non presuppone necessariamente che la persona espulsa sia stata condannata o accusata di un reato - di natura terroristica o meno - né che l’espulsione venga convalidata da un giudice. Il ricorso contro l’espulsione non ne sospende l’esecuzione.

     

     

     

     

    Il 28 febbraio 2008 la Corte europea dei diritti umani ha definitivamente annullato il provvedimento di espulsione nei confronti del cittadino tunisino Nassim Saadi, emesso dall’Italia nell’agosto 2006 sulla base del “decreto Pisanu” e allora sospeso in via cautelare e urgente dalla stessa Corte. Quest’ultima, nel definire il caso, ha ritenuto che dai rapporti di AI, ritenuti credibili, coerenti e corroborati da numerose altre fonti, emerge "un rischio concreto" che Saadi sarebbe sottoposto a tortura o ad maltrattamenti in caso di rientro in Tunisia. L’allora ministro Mastella si era recato nel maggio 2007 in Tunisia per chiedere c.d. “assicurazioni diplomatiche” che Nassim Saadi non sarebbe stato sottoposto a tortura e maltrattamenti, “assicurazioni” poi prodotte nel procedimento a suffragio della richiesta alla Corte di non annullare l’espulsione. L’Italia aveva inoltre sostenuto, con il supporto del Regno Unito intervenuto nel giudizio, che nella valutazione sull’espulsione il rischio corso dalla persona di essere sottoposta a tortura e altri abusi dovesse essere controbilanciato dal rischio posto da questa. La Corte ha rigettato questa teoria del “bilanciamento” e ha riaffermato la natura assoluta del divieto di tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti, principio messo a rischio (nella sua stessa essenza e non soltanto rispetto al tema dell’espulsione) dalle tesi sostenute dall’Italia.

    Nonostante ripetute richieste di AI, l’allora ministro dell’Interno Amato non ha annullato l’espulsione da lui emessa nei confronti di Cherif Foued Ben Fitouri, rimpatriato in Tunisia il 4 gennaio 2007 sulla base delle norme del pacchetto Pisanu. Dopo l’arrivo in Tunisia Ben Fitouri, che ha moglie italiana e tre bambine, è stato trattenuto in detenzione segreta per oltre 12 giorni e in seguito incarcerato e sottoposto a processo sulla base della legge antiterrorismo tunisina. Secondo informazioni ricevute da AI egli è stato sottoposto a tortura e maltrattamenti mentre sua moglie e le sue bambine, in Italia, hanno scontato gli effetti della sua prolungata assenza.

     

    ROM E MIGRANTI: DISCRIMINAZIONE, XENOFOBIA E PROVVEDIMENTI SULLA “SICUREZZA”

     

    Nel corso del 2007 e della prima metà del 2008, diversi esponenti politici locali e nazionali hanno usato un linguaggio discriminatorio nei confronti dei rom e dei migranti. Nello stesso periodo si sono susseguiti provvedimenti dichiaratamente a protezione della “sicurezza”, in realtà prevalentemente orientati a facilitare l’espulsione dei cittadini dell’UE e dei migranti irregolari. 

     

    Discriminazione e xenofobia

     

    Il 31 ottobre 2007 è stata aggredita e uccisa a Roma una donna di 47 anni, Giovanna Reggiani; dell’omicidio è accusato un cittadino rumeno, da alcuni ritenuto appartenere alla minoranza rom. All’episodio sono subito seguite dichiarazioni di esponenti politici locali e nazionali che alludevano a responsabilità collettive di minoranze e gruppi di migranti.

    Nelle ore immediatamente successive al crimine, gli organi di informazione hanno riportato le dichiarazioni del segretario del Partito Democratico e allora sindaco di Roma Walter Veltroni, secondo le quali "prima dell'ingresso della Romania nell'Unione europea, Roma era la metropoli  più sicura del mondo", e ancora: "Se si sta in Europa  bisogna starci a certe regole: la prima non può essere quella di aprire i boccaporti e mandare migliaia di persone da un Paese europeo all'altro". In un’intervista rilasciata il 4 novembre successivo l’on. Gianfranco Fini, presidente di Alleanza Nazionale, ha dichiarato: “C'è chi non accetta di integrarsi, perché non accetta i valori e i principi della società in cui risiede” e ha così risposto alla giornalista che gli chiedeva se si stesse riferendo ai rom: “Sì, mi chiedo come sia possibile integrare chi considera pressoché lecito e non immorale il furto, il non lavorare perché devono essere le donne a farlo magari prostituendosi, e non si fa scrupolo di rapire bambini o di generare figli per destinarli all'accattonaggio. Parlare di integrazione per chi ha una ‘cultura’ di questo tipo non ha senso”.  Negli stessi giorni sono state riportate queste dichiarazioni del prefetto di Roma Carlo Mosca: “Firmerò subito i primi decreti di espulsione. La linea dura è necessaria perché di fronte a delle bestie non si può che rispondere con la massima severità”.

    Il 6 novembre 2007 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha espresso preoccupazione per il clima di intolleranza manifestatosi in quei giorni e per lo “stato di tensione nei confronti degli stranieri alimentato negli anni anche da risposte demagogiche alle tematiche dell’immigrazione messe in atto dalla politica”; il giorno seguente il presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha messo in guardia l’Italia circa il rischio di una “caccia alle streghe” contro i cittadini rumeni e in particolare contro i rom.

    Nei mesi successivi sono state riferite molteplici dichiarazioni analoghe di esponenti dei diversi schieramenti politici di livello nazionale o locale.

    Nel dicembre 2007 gli organi di stampa hanno riportato le affermazioni di un consigliere comunale del Comune di Treviso che invocava “metodi da SS per gli immigrati che recano disturbo”, mentre più di recente un deputato della Lega Nord ha affermato: “Storicamente contro le invasioni ogni Stato ha sempre utilizzato il proprio esercito per difendersi. Oggi la storia si ripete: siamo sotto un diverso tipo di invasione, attuata con metodi diversi, ma per gli stessi motivi, ovvero soggiogarci a leggi altrui o depredare i nostri beni”.

    Nel corso del 2007 e sino al maggio 2008 si sono verificati attacchi violenti ad accampamenti rom in diverse città, tra cui Appignano - Ascoli Piceno (aprile 2007), Roma (settembre 2007), Torino (ottobre 2007) e Ponticelli – Napoli (maggio 2008). Sono state anche segnalate dagli organi di informazione diverse aggressioni ai danni di immigrati romeni e di altre nazionalità, tra cui i recentissimi episodi che hanno colpito a Roma, nel quartiere Pigneto, cittadini del Bangladesh.

    A marzo 2008, il Comitato delle Nazioni Unte per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD/C/ITA/CO/15) ha espresso preoccupazione per le condizioni di “segregazione di fatto” in cui si trovano i rom in Italia, privi di accesso ai servizi essenziali, e per i discorsi di odio dei politici. Il Comitato ha evidenziato gli stereotipi riguardanti i rom diffusi nell’opinione pubblica e presso i Comuni, i quali danno origine a ordinanze discriminatorie. Preoccupazione è stata espressa anche rispetto alla situazione dei migranti irregolari.  

    Il 16 maggio 2008, a seguito dei citati attacchi incendiari avvenuti a Ponticelli, l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’Osce ha espresso preoccupazione per l’aumento della retorica anti-rom e anti-immigrati verificatasi negli ultimi mesi e ha ricordato che la ricorrente stigmatizzazione di questi gruppi aumenta le probabilità che si verifichino violenze.

    Il 20 maggio 2008 la European Roma Policy Coalition, di cui AI fa parte, ha chiesto con urgenza alle autorità italiane di agire contro l’uso di dichiarazioni anti-rom da parte media e dei politici italiani e ha affermato che l’Italia ha alimentato il razzismo attraverso la retorica anti-rom.

     

    Provvedimenti sulla “sicurezza”

     

    Nonostante le indagini sui centri di detenzione per migranti da parte del ministero dell’Interno, all’esito delle quali erano state avanzate ipotesi di ridimensionamento dell’uso della detenzione, le modifiche intervenute durante la XV legislatura in materia di soggiorno ed espulsione di cittadini stranieri non si sono occupate di riavvicinare la normativa agli standard internazionali sui diritti umani, ma hanno piuttosto introdotto restrizioni dichiaratamente miranti alla “sicurezza”. Il disegno di legge Amato - Ferrero si è arenato in Parlamento dopo poche sedute, lasciando la legge c.d. Bossi-Fini pressoché immutata nei suoi aspetti più preoccupanti, come l’utilizzo generalizzato della detenzione a scopo di espulsione senza la previsione di alcuna alternativa.

    Il decreto legislativo 32 del 2 marzo 2008 ha introdotto restrizioni al soggiorno dei cittadini Ue, ampliando i casi di espulsione. Queste modifiche sono l’esito dell’emanazione consecutiva di più atti normativi, a partire dal decreto legge 181 del 2 novembre 2007 adottato dal Consiglio dei ministri riunitosi in via straordinaria a seguito dell’omicidio di Giovanna Reggiani, decreto poi decaduto e “reiterato” con modifiche a dicembre 2007. Entrambi i decreti sono stati oggetto di critiche da parte di AI e di altre organizzazioni non governative per la forte indeterminatezza dei nuovi motivi di espulsione dei cittadini Ue, in particolare i “motivi imperativi di pubblica sicurezza”, lasciati scarsamente definiti nella norma e quindi fonte di un’eccessiva discrezionalità delle autorità chiamate ad applicarle, tra cui i prefetti. I contenuti della decretazione d’urgenza sono infine confluiti nel citato D.Lgs. 32/2008 che, migliorando il testo originario, ha introdotto la necessità di convalida del giudice ordinario per tutti i provvedimenti di espulsione. Restano non ancorati a parametri legali certi i presupposti dell’espulsione.

    Nel corso del primo consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008 il governo Berlusconi in carica ha approvato un insieme di modifiche e proposte normative, anch’esse nominalmente riferite alla “sicurezza”, che prevedono pesanti restrizioni e nuove figure di reato le quali colpiscono soprattutto gli immigrati, direttamente o indirettamente.

    Il giorno stesso il ministro dell’interno Maroni ha così potuto annunciare l’introduzione del “reato di immigrazione clandestina, con una procedura rapida di giudizio e di espulsione (…) e il trattenimento nei CPT fino a 18 mesi, anticipando una direttiva europea” attualmente in discussione.

    Le nuove misure sono state accompagnate da diverse dichiarazioni in linea con la tendenza segnalata a stigmatizzare interi gruppi di persone, in particolare i rom e i migranti irregolari; il leader dell’opposizione Walter Veltroni ha dichiarato che queste misure in larga parte coincidono con quelle pianificate dalla precedente maggioranza di governo.

     

     

    Il cosiddetto “pacchetto sicurezza” più precisamente include :

    -          un decreto legge che punisce con la reclusione e la confisca del bene chi affitta un immobile a un immigrato irregolare, attribuisce più ampi poteri ai sindaci in materia di “ordine e sicurezza pubblica” e rende una circostanza aggravante di qualsiasi reato quella di essere stato commesso da un immigrato irregolare;

    -          un disegno di legge che propone di considerare reato l’ingresso e il soggiorno irregolare in Italia e intende portare a 18 mesi il tempo massimo della detenzione nei centri a scopo di espulsione (ora di 60 giorni);

    -          una bozza di decreto legislativo che prevede la cancellazione dell’effetto sospensivo dell’espulsione, recentemente attribuito al ricorso contro lo status di rifugiato ; altre due bozze di decreti legislativi che inaspriscono le norme relative ai ricongiungimenti familiari e al soggiorno dei cittadini Ue.

     

    Hanno espresso allarme per la riforma normativa molte organizzazioni non governative italiane e internazionali e lo stesso Unhcr, il quale ha sottolineato come i richiedenti asilo, spesso costretti dalla mancanza di alternative a fare ingresso irregolarmente nei paesi dove cercano protezione, potrebbero venire accusati di aver commesso un reato.

    AI è estremamente allarmata per il contenuto di queste misure, per le modalità affrettate e propagandistiche della loro emanazione e per il clima di discriminazione che le ha precedute e che le accompagna. L’incriminazione dei richiedenti asilo per ingresso irregolare è peraltro espressamente escluso dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati.

     

    la (tragica) situazione dei diritti umani in italia I

     

    RAPPORTO ANNUALE 2008: SCHEDA DI APPROFONDIMENTO E AGGIORNAMENTO SULL’ITALIA

                   

    TORTURA, MALTRATTAMENTI E RESPONSABILITÀ  DELLE FORZE DI POLIZIA

     

    Anche la XV legislatura ha lasciato immutate le lacune relative all’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura (CAT): l’Italia resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale e da più parti sono state autorevolmente segnalate le ricadute di questo inadeguato quadro legale sulla possibilità che le forze di polizia rispondano effettivamente del proprio operato.

    Il rischio di impunità è aggravato dalla mancanza di forme di identificazione dei singoli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico e dall’assenza di organismi indipendenti di monitoraggio. L’Italia non si è ancora dotata di un’istituzione nazionale di monitoraggio sui diritti umani e di un organismo indipendente di controllo sull’operato della polizia e non ha ancora ratificato il Protocollo opzionale alla CAT, il quale imporrebbe l’adozione di meccanismi di prevenzione.

    Questo quadro desolante viene da anni segnalato da Amnesty International (AI) alle autorità competenti e nel corso del 2007 è stato nuovamente oggetto delle raccomandazioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura.

     

    Genova G8 2001: procedimenti in corso

     

    Sono proseguiti i processi per le violenze commesse nel corso del G8 del 2001 da agenti di  polizia, personale sanitario e agenti di polizia penitenziaria, denunciate in quei giorni ed emerse successivamente.

    A marzo 2007, la Corte europea per i diritti umani ha dichiarato ammissibile il ricorso presentato per il caso di Carlo Giuliani, che venne colpito a morte da un carabiniere durante le manifestazioni. L’inchiesta in Italia era stata chiusa nel maggio 2003, quando il giudice per le indagini preliminari aveva stabilito di non procedere contro il carabiniere poiché, secondo il giudice, questi aveva sparato per autodifesa e la traiettoria del proiettile era stata deviata da un calcinaccio lanciato da un manifestante.

    Nel processo per le violenze contro 93 manifestanti nell’irruzione alla “scuola Diaz” (complesso scolastico Diaz-Pascoli-Pertini) risultano imputati 28 agenti e funzionari di polizia, tra cui Francesco Gratteri, attuale Direttore della direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato e Giovanni Luperi, ora a capo di un dipartimento all'Aisi (ex Sisde). Durante le udienze succedutesi negli ultimi mesi sono emersi elementi scioccanti relativi alle violenze denunciate e sono stati descritti gli effetti delle stesse sulla vita delle vittime. All’udienza del 13 giugno 2007, un funzionario di polizia imputato nel processo, diversamente da quanto dichiarato in precedenza, ha ammesso di aver assistito a gravi violenze perpetrate dagli agenti nel corso dell’irruzione e ha richiamato il ricordo di una ragazza con gravi lesioni alla testa, da lui vista giacere in terra in una pozza di sangue. Il 6 luglio 2007 sono state depositate le registrazioni delle comunicazioni telefoniche tra gli agenti di polizia impegnati nelle operazioni e la centrale operativa del 113. In una di queste, riportata dai media, si sente un’agente di polizia dire: “Ero a caricare le zecche (…) speriamo che muoiano tutti (…) tanto uno è già…1-0 per noi”. Altre conversazioni telefoniche fanno riferimento ai feriti durante l’irruzione alla scuola Diaz.

    Nel medesimo procedimento si sono verificate irregolarità nella conservazione di prove chiave per l’accertamento di responsabilità delle forze di polizia. All’udienza del 17 gennaio 2007 si è infatti appreso che le bottiglie molotov, portate secondo l’accusa alla scuola Diaz dalla polizia per giustificare gli arresti, erano sparite mentre si trovavano sotto sequestro; alcuni giorni dopo la questura di Genova ha dichiarato che potrebbero essere state distrutte “per errore”. Sono inoltre emersi indizi che hanno condotto, nel marzo 2008, alla richiesta di rinvio a giudizio per incitamento alla falsa testimonianza di Gianni De Gennaro, Capo della polizia all’epoca dei fatti. L’udienza preliminare nel corso della quale si deciderà sul rinvio a giudizio inizierà il 16 giugno. Gianni De Gennaro è stato Capo di Gabinetto del ministro dell’Interno Amato ed è stato recentemente nominato Direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (ufficio di coordinamento dei servizi di intelligence).

     

    Nel processo per le violenze nel carcere di Bolzaneto sono imputati 45 tra agenti e funzionari di polizia (incluso l’allora vice Questore di Genova Alessandro Perugini), agenti e funzionari di polizia penitenziaria e medici, per violenze nei confronti degli oltre 250 manifestanti transitati dal carcere in stato d’arresto o di fermo. A marzo 2008 i pubblici ministeri hanno presentato le proprie richieste al giudice, con una significativa requisitoria. Secondo i pubblici ministeri, il trattamento delle persone a Bolzaneto è stato “di oggettiva vessazione nei confronti di tutti i detenuti e per tutto il periodo della loro permanenza presso il sito” e ha violato il divieto di tortura e maltrattamenti previsto dalla Convenzione europea dei diritti umani. Oltre alle violenze fisiche, i pubblici ministeri hanno ritenuto offensive della dignità “le costrizioni ad ascoltare o pronunciare o gridare slogan, inni o motivi inneggianti al nazismo ed al fascismo in particolare”. Le memorie dei pubblici ministeri hanno segnalato che, in mancanza di un reato specifico nell’ordinamento penale, è difficile ricondurre i fatti che costituirebbero tortura nelle fattispecie ordinarie. I reati contestati agli imputati sono: abuso di autorità contro arrestati o detenuti, abuso d'ufficio, ingiuria, violenza privata, minacce, percosse e lesioni personali (e omissione di referto per i medici). I pubblici ministeri hanno sottolineato l’assoluta necessità di introdurre il reato di tortura nell’ordinamento italiano.

    Ad aprile e agosto 2007 il giudice civile ha condannato il ministero dell’Interno a versare rispettivamente 5.000 euro di risarcimento a Marina Spaccini e 18.000 euro a Simona Coda Zabetta, le quali furono picchiate da agenti di polizia mentre manifestavano. Il ministero dell’Interno ha proposto appello contro entrambe le sentenze.

    Contrariamente a quanto richiesto da AI al fine di evitare il diffondersi di un clima di impunità, nessuno dei funzionari e agenti imputati nei processi è stato sospeso dal servizio. Diversi di loro sono stati, di fatto, promossi. 

    I reati con cui sono perseguiti gli agenti di polizia sono soggetti a prescrizione e lo scorrere del tempo porta con sé il forte rischio che i processi si chiudano senza che nessuno venga ritenuto penalmente colpevole, né di fatto punito, per gli atti commessi nel luglio 2001.

     

    Val di Susa 2005: procedimento in corso

     

    Ad agosto 2007 il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Torino ha rigettato la richiesta del pubblico ministero di archiviare il procedimento aperto dalle denunce presentate da 20 persone, relative ad atti di violenza da parte delle forze di polizia intervenute in Val di Susa nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005. In quell’occasione, alcune centinaia di agenti di polizia intervennero per far sgomberare circa 100 persone che manifestavano contro la costruzione di un collegamento ferroviario ad alta velocità. Secondo quanto riferito, i dimostranti furono aggrediti e picchiati, alcuni di essi durante il sonno. Il pubblico ministero aveva chiuso le indagini chiedendo l’archiviazione sulla base dell’affermazione che gli agenti accusati non potessero essere identificati, mentre il giudice ha chiesto un supplemento di indagine.

     

    La morte di Federico Aldrovandi: procedimento in corso

     

    Il 19 ottobre 2007 ha avuto inizio il processo contro quattro agenti di polizia accusati dell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, morto a Ferrara il 25 settembre 2005 dopo essere stato fermato dai quattro agenti. Durante le indagini preliminari, erano spariti e quindi riapparsi campioni di sangue raccolti sul luogo in cui Federico Aldrovandi era morto, mentre sono apparse alterate le registrazioni di telefonate ai servizi di emergenza effettuate la notte del decesso.

     

    La morte di Aldo Bianzino e di Gabriele Sandri

     

    Il 14 ottobre 2007 Aldo Bianzino, un falegname di 44 anni, è morto nel carcere di Capanne a Perugia, dove era stato condotto in stato d’arresto due giorni prima assieme alla sua compagna. La morte è avvenuta in circostanze oggetto di inchieste giudiziarie. Nel febbraio 2008 il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione del caso, sulla quale si attende il pronunciamento del giudice.

    Il 10 novembre 2007 Gabriele Sandri, un ragazzo di 26 anni, è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco esploso da un agente della polizia stradale, mentre si trovava in uscita da un autogrill in auto con alcuni amici, assieme i quali era diretto a Milano per seguire la partita della sua squadra in trasferta. Sul caso sono in corso indagini da parte della magistratura.

     

     

    May 27

    Alex Zanotelli

    E' agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese.
    I campi rom di Ponticelli (Napoli) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne... offrono un'agghiacciante fotografia dell'Italia 2008.
    "Mi vergogno di essere italiano e cristiano", fu la mia reazione, da poco rientrato in Italia da Korogocho, all'approvazione della legge Bossi-Fini (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e della xenofobia nella societa' italiana, cavalcati dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008) e incarnati oggi nel governo Berlusconi (posso dire questo perche' sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra, da Cofferati a Dominici...).

    Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano. Mi vergogno di appartenere a una societa' sempre piu' razzista verso l'altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano, che e' diventato oggi il nemico per eccellenza.
    Mi vergogno di appartenere a un paese il cui governo ha varato un "pacchetto sicurezza" dove clandestino e' uguale a criminale. Ritengo che non sia un crimine migrare, ma che invece criminale e' un sistema economico-finanziario mondiale (l'11% della popolazione mondiale consuma l'88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere. L'Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di "rifugiati climatici". I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri? Mi vergogno di appartenere a un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma che poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire.
    Mi vergogno di appartenere a un paese che da' la caccia ai rom, come fossero la feccia della societa'. Questa e' la strada che ci porta dritti all'Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano rom!). Abbiamo fatto dei rom il nuovo capo espiatorio. Mi vergogno di appartenere a un popolo che non si ricorda che e' stato fino a ieri un popolo di migranti ("Quando gli albanesi eravamo noi"): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all'estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po' ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perche' ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi? Cos'e' che ci ha fatto perdere la memoria in tempi cosi' brevi? Il benessere? Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro "Paradiso"? E' la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell'Africa all'Europa.

    Mi vergogno di appartenere a un paese che si dice cristiano, ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di Gesu' di Nazareth, povero, crocifisso "fuori dalle mura", che si e' identificato con gli affamati, i carcerati, gli stranieri. "Quello che avrete fatto a uno di questi miei fratelli piu' piccoli lo avrete fatto a me".
    Come possiamo dirci cristiani, mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza, mentre ci rifiutiamo di fare le "adozioni da vicino"?
    Come e' possibile avere comunita' cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand'e' che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perche' tendenze necrofile?
    Come missionario, da una vita impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della societa' e del nostro governo. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.

    Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler: "Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perche' non ero un sindacalista. Quando sono venute ad arrestare i rom, non ho protestato perche' non ero un rom.
    Quando sono venute ad arrestare gli ebrei, non ho protestato perche' non ero un ebreo. Quando, alla fine, sono venute ad arrestare me, non c'era piu' nessuno a protestare" .

    Non possiamo stare zitti: dobbiamo parlare, gridare, urlare. E' in ballo il futuro del nostro paese. Soprattutto e' in ballo il futuro dell'umanita'. Anzi, della vita stessa. Diamoci da fare perche' vinca la vita! Questa e' la mia reazione davanti agli ultimi avvenimenti nel nostro paese» .
    Alex Zanotelli

     

    Per sottoscrivere l'appello: online@nigrizia.it

    May 26

    i rom e il razzismo

    <<Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano.
    Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
    Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
    Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
    Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare
    >>
    Martin Niemöller
     
     
     
    FERMIAMO UN GENOCIDIO CULTURALE

    Dopo l'ultimo delitto crudele della mistificazione e della calcolata disinformazione non si può più restare in silenzio, occorre agire, questo silenzio è assordante e colpevole.
    C'è un'oscura connivenza tra una parte del giornalismo italiano, una parte delle forze dell'ordine, una parte della politica italiana per giustificare un'incivile repressione.
    Il 1° Giugno le Associazioni Rom e Sinte in Italia e le associazioni di volontariato, gli artisti, gli intellettuali e le persone di buon senso organizzano a Roma un corteo di protesta civile.
    Aderite e fate aderire prima che sia troppo tardi!!
    Occorre ribadire alcuni concetti che vengono mistificati.
    Tutti credono che Rom siano solo stranieri.
    Non è vero!, infatti l'80% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono cittadini italiani.
    Tutti credono che i Rom sono nomadi.
    Non è vero!, infatti la maggior parte di quelli presenti sul territorio italiano sono sedentari.
    Tutti credono che il campo nomadi è la soluzione ideale.
    Non è vero!, Infatti i rom arrivati in Italia nei loro paesi di origine avevano le case, il campo non è un tratto culturale della popolazione romanì, ma un'imposizione dovuta alla non conoscenza.
    Tutti credono che zingaro sia il nome di questo popolo.
    Non è vero!, infatti il termine corretto è Rom o Sinto.
    Occorre far rispettare le convenzioni internazionali nei confronti dei Rom, il 70% degli italiani sono razzisti nei confronti dei Rom, la carta dei diritti dell'uomo in Italia per i Rom non vale.
    Non abbiamo nulla se non il nostro coraggio!!
    May 25

    il giorno di Falcone

    Nel giorno di Falcone

    I siciliani antimafiosi, nel giorno di Falcone, fanno manifestazioni e ricordi, dispiaciuti perché Falcone non c'è più. Sono circa un quarto della popolazione. I siciliani mafiosi, che sono più o meno altrettanti, festeggiano fra di loro e ne hanno buoni motivi: è stato cancellato il principale apporto giuridico di Falcone (l'unitarietà di Cosa Nostra, con tutto ciò che ne consegue), è stato riportato in Cassazione il giudice che dava a Falcone del credino (il giudice Carnevale), è stato trionfalmente eletto un governo che considera eroe, invece di Falcone, un “uomo di panza” che ha eroicamente rispettato l'omertà, il grande Mangano.

    E i siciliani mezzi-mezzi, la maggioranza, quelli che non hanno il cinismo di appoggiare la mafia ma neanche il coraggio di combatterla? Per loro, il problema principale è l'ignoranza. “Mi faccio i fatti miei”. Non hanno la minima idea di quanto il sistema mafioso gli ruba individualmente ogni giorno, in termini di denaro. Non sospettano che potrebbero essere, se non ricchi, almeno benestanti, in una regione ricca come questa, se non ci fosse la mafia. Sono onestamente convinti che mafia e antimafia siano questioni ideali (e dunque, per la cultura paesana, irrilevanti) e non materiali. “Mi faccio i fatti miei”.

    L'informazione mafiosa, che un tempo serviva a dire “la mafia non esiste”, adesso serve a dire che la mafia esiste sì ma è una cosa che riguarda solo mafiosi e giudici e non la gente normale. Una cosa da diavoli o da eroi, insomma. Buona per i dibattiti e le fiction, ma non per la vita normale.
    Perciò il lavoro principale che c'è da fare oggi in Sicilia è principalmente d'informazione. Non solo sulle notizie delle singole malefatte (il che è già tanto, perché qui i malfattori comandano ai giornali), ma soprattutto sul quadro generale, sull' “atmosfera”, sui problemi concreti che vivere in un paese mafioso comporta anche per chi non pensa a ribellarsi.

    Non lo si può fare alla meno peggio (raccontare una società è un lavoro abbastanza complesso) e non lo si può fare a suon di slogan (non c'è un prodotto da vendere ma una mentalità da trasformare). Però, quando si riesce a farlo come Dio comanda, funziona. E' stato così che a Palermo per alcuni anni ha avuto assai peso l'antimafia e a Catania si è riusciti a scacciare i cavalieri.

    Questo lavoro, i grossi giornali non lo faranno mai: non puoi fare un grosso giornale senza avere grosse imprese alle spalle; e nessuna grossa impresa, ormai,può sopravvivere senza far patti col diavolo (il caso Repubblica a Catania insegna). I giornali piccoli (come noi) possono tentare di farlo sì, ma, salvo eccezioni, possono concludere poco (e le eccezioni si pagano con vite umane).
    E allora chi? I giornali piccoli, magari piccolissimi (tipo quello che puoi fare anche tu, nella tua scuola o nel tuo paese) però in rete: scambiandosi le notizie, organizzandosi insieme, e usando per tutto questo l'internet, cioè la rete più rete di tutte. Questo richiede tempo, richiede pazienza a non finire (tenere insieme dei siciliani, con rete o senza, è un'impresa da Giobbe,e ne sappiamo qualcosa), però, tutto sommato, può funzionare.

    In una rete di questo tipo bisogna lavorare molto: certo, è più divertente che sotto padrone (non è mai divertente lavorare per qualcun altro) ma il problema è che l'obbiettivo è molto alto: non si tratta di fare una cosa simpatica per sentirsi appagati, ma di far concorrenza ai giornali dei padroni, con l'obiettivo finale di spazzarli via dal mercato e dare un'informazione libera alla maggior parte della gente. Non un'operazione di nicchia (o di ghetto), insomma, ma il tentativo consapevole di costruire un'egemonia.

    Fra vent'anni, Peppino Impastato dovrà pesare molto di più di Berlusconi, come comunicazione di massa. “Si, vabbe'...” dici tu. Eppure, trent'anni fa,in Italia le radio di base sono arrivate molto prima di Mediaset; e non erano poche: duecentocinquanta, in tutta Italia, con una copertura globale non indifferente.

    E allora com'è che ha vinto Berlusconi? Per tre motivi precisi:
    1) erano ognuna per conto suo, e Radio Firenze - ad esempio - non sapeva cosa faceva Radio Aut a Cinisi;
    2) non parlavano in italiano (cioè la lingua che usano gli italiani) ma in politichese, perché i loro leader così si sentivano più importanti;
    3) non capivano che stavano usando delle radio libere - cioè una cultura e una tecnica completamente nuove - e non dei ciclostili o dei bollettini di partito.
    Così Peppino è rimasto solo.
     

    * * *

    Adesso la situazione è sostanzialmente la stessa. Tanti gruppi diversi (moltissimi che stanno internet) ma ognuno per conto suo. Tanti linguaggi “ideologici” (cioè del ceto medio acculturato) e pochissimo intervento nei quartieri. Tanti siti, blog, giornaletti e giornali, ma tutti rassegnati alla solitudine, ad essere voci locali e non anelli di rete.

    Bene, tutto ciò non vuol dire niente, non c'è nulla d'irreparabile. Dipende tutto da noi, esclusivamente da noi. Certo, a volte verrebbe voglia di sbattersi la testa al muro. Casablanca chiusa per mandanza di poche migliaia di euri, Graziella Proto lasciata sola - dalla sinistra illustre, ma anche da un po' di società civile isolana - a combattere la sua guerra, come se fosse stata una guerra sua personale. E anche ora, qui a Catania, almeno due (forse tre, non si sa ancora) liste distinte della società civile locale, ognuna per sé e Dio per tutti. Credo che pure Giobbe bestemmierebbe.

    Però, tutto sommato, avrebbe torto. In fondo, si tratta solo di problemi di crescita. C'è molta più unità che negli altri anni (le legnate quantomeno servono a questo); “Facciamo un giornale-rete tutti insieme” ormai suscita solo dei “Sì però” perplessi e non dei “No!” secchi e brutali come qualche anno prima. Ci sono degli ottimi gruppi di quartiere, e l'ultima generazione di ragazzi - se non la rovinano i vecchi - sta crescendo bene. Persino qui alle elezioni, che sono la cosa più avida e avara che ci sia, è mancato solo un pelo a fare la lista unica di base, e non è detto che la prossima volta non ci si riesca.

    La catena di s.libero n. 364


     

    May 23

    poesie da guantanamo

    ANCHE SE IL DOLORE

    Anche se il dolore della ferita aumenta,
    Ci sarà un rimedio per curarlo.

    Anche se il tempo della prigionia perdura,
    Ci sarà un giorno in cui usciremo.

    (Siddiq Turkestani è un trentatreenne di etnia uigura, cresciuto in Arabia Saudita. Nel 1997, mentre viaggiava in Afghanistan, è stato rapito da uomini di al Qaeda e torturato fino a quando non ha “confessato” la propria partecipazione a un complotto per uccidere Osama bin Laden. È rimasto prigioniero dei talebani a Kandahar fino al 2001, quando i servizi segreti statunitensi hanno visitato il centro di detenzione. Dopo aver raccontato per filo e per segno la sua vicenda, gli è stata promessa una rapida scarcerazione. Invece, è stato trasferito a Guantánamo, dove ha trascorso quasi quattro anni, prima che, nel gennaio 2005, l’esercito statunitense stabilisse che non era un combattente nemico legato ai talebani e ad al Qaeda. È stato rilasciato quasi sei mesi dopo.)

    Tratto da "Poesie da Guantanamo. La parola ai poeti" (EGA Editore in collaborazione con la Sezione Italiana di Amnesty International, Torino, giugno 2008, in uscita dalla tipografia!)
    May 16

    danilo dolci

    Ciascuno cresce solo se sognato

    di Danilo Dolci

    C'è chi insegna

    guidando gli altri come cavalli

    passo per passo:

    forse c'è chi si sente soddisfatto

    così guidato.

     

    C'è chi insegna lodando

    quanto trova di buono e divertendo:

    c'è pure chi si sente soddisfatto

    essendo incoraggiato.

     

    C'è pure chi educa, senza nascondere

    l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni

    sviluppo ma cercando

    d'essere franco all'altro come a sé,

    sognando gli altri come ora non sono:

    ciascuno cresce solo se sognato.

     

    Danilo Dolci, una vita per la non-violenza

     

     

    Poeta, pedagogista e animatore di iniziative di pace, ha dedicato la sua vita a combattere quello che definiva "il virus del dominio".

     

    Danilo Dolci nasce nel 1924 in provincia di Trieste e cresce in Lombardia. Nel dopoguerra partecipa all'esperienza di Nomadelfia (una comunità cristiana che accoglie in una grande "famiglia di famiglie", ragazzi e ragazze rifiutati dalla società) e nel 1952 si trasferisce in un paesino della provincia di Palermo, Trappeto, che definisce "il paese più misero che ho mai visto". Comincia ad operare al fianco della popolazione con metodi non-violenti. Il 14 ottobre del 1952 inizia il suo primo digiuno sul letto di un bambino siciliano morto per fame. E' animatore delle iniziative di riscatto sociale dei disoccupati e dei contadini della Valle dello Jato. Il 2 febbraio 1956 si mette alla testa di centinaia di disoccupati e con loro avvia a Partinico, in provincia di Palermo, un clamoroso sciopero "alla rovescia" per riattivare una strada intransitabile. Intende così attirare l'attenzione sulla disoccupazione siciliana facendo esplicito riferimento all'applicazione dell'articolo 4 della Costituzione Italiana che "riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto". Dopo due anni ad Enna un'iniziativa simile raccoglie tremila braccianti i quali, con un altro sciopero alla rovescia, sollecitano la costruzione di una diga iniziandone i lavori.

    Nel novembre del 1967 Danilo Dolci presiede un comitato che promuove la "Marcia dal Nord al Sud per il Vietnam e per la pace" e chiede al governo italiano di prendere le distanze dall'intervento militare statunitense nel Vietnam per proporre una soluzione pacifica. Conclusasi a Roma, davanti a Montecitorio, la marcia mobilita molte persone e tocca decine di città italiane, portandovi una rappresentanza vietnamita e una dell'America dissidente e pacifista.

    Danilo Dolci manifesta per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza al servizio militare e per la ricostruzione dei paesi terremotati del Belice, devastato dal sisma del 15 gennaio 1968. Le lentezze dello Stato si rivelano evidenti e nasce fra molti giovani del luogo un rifiuto a svolgere il servizio militare: chiedono non il fucile e la divisa ma attrezzi di lavoro per ricostruire i paesi distrutti. Sono tempi in cui gli obiettori di coscienza andavano in carcere. Quei giovani decidono di non rispondere alla chiamata alle armi per protesta contro la latitanza del governo nelle zone terremotate. Il 10 novembre 1970 migliaia di abitanti della valle del Belice si trasferiscono a Roma e insediano davanti alla Camera dei Deputati un presidio permanente. Chiedono una legge che riconosca l'esonero dal servizio militare e l'istituzione di un servizio civile per la ricostruzione. Dopo dieci giorni e dieci notti di continua dimostrazione, i parlamentari approvano una legge che di fatto riconosce quel gesto di disobbedienza civile dei giovani del Belice e il loro diritto di partecipare alla ricostruzione evitando di dover andare al nord a fare il servizio militare. Due anni dopo verrà approvata la legge sull'obiezione di coscienza per tutti i ragazzi d'Italia.

     

    Le iniziative di lotta non-violenta valgono a Danilo Dolci sia il sostegno di numerosi comitati di solidarietà in Italia e all'estero (che lo candidano al Premio Nobel per la pace più volte) sia

    denunce, arresti e processi. Nonostante i suoi metodi pacifici e il suo impegno contro la mafia, le forze dell'ordine lo spiano e nei loro rapporti informativi scrivono - in ridondante linguaggio burocratico - queste curiose annotazioni: "...invia in busta chiusa un opuscolo antimilitarista in varie parti facendo cauta propaganda fra le madri, un opuscolo in cui descrive alcuni casi di indigenza suscitando localmente rimostranze e dissensi; ma notizie e dati sono stati smentiti dalle autorità. Effettua digiuni di protesta ma la sera la porta di casa viene chiusa e, si mormora, si alimenta convenientemente. Collude con le sinistre, lo visitarono il noto Lanza del Vasto e il noto Carlo Levi; ha contatti con Johan Galtung, professore di sociologia preso l'Università di Oslo. Vuolsi sia stato a Parigi con l'Abbé Pierre. Afferma che vengono perduti annualmente più di cento milioni di litri d'acqua e propone l'invasione della diga. In pratica tende a provocare una spinta dal basso con un piano di pianificazione, inculcando la coscienza dei nuovi problemi nei contadini e nei disoccupati in genere."

     

    Danilo Dolci è scomparso il 30 dicembre 1997.

    Tra le sue opere, alcune in forma poetica e altre in prosa, ricordiamo "Inventare il futuro", "Dal trasmettere al comunicare", "Non sentite l'odore del fumo?", "Creatura di creature", "Palpitare di nessi", "Poema umano". Negli ultimi anni della sua vita ha promosso molte iniziative di educazione alla pace e alla non-violenza per gli insegnanti proponendo un impegno sociale che fosse finalizzato - come ha affermato - non alla conquista del potere ma ad aumentare il potere di ciascun uomo contro il "virus del dominio".

     

     

    Maria Teresa Tarallo

    Sbrecciare il dominio

     

    Ogni volta sperimento come, nel contesto di una struttura che veramente favorisce la creatività personale e di gruppo, ogni giovane è gioiosamente meravigliato di quanto riesce a esprimere e ascoltare; mi chiedo in qual modo sia possibile consolidare, approfondire e moltiplicare ampliando queste occasioni affinché riescano a inceppare e sbrecciare i meccanismi del dominio, tuttora vastamente imperanti: per riuscire a interrompere il circolo vizioso fra dilagante necrofilia inconfessata, disperazione per mancata creatività e informazione deformata, aberrante.

     

    Tratto da: D.Dolci, "Dal trasmettere al comunicare", ed.Sonda.

    May 14

    giorante attivismo 2008: salviamo Shi Tao!

        
    May 12

    i fatti sono fatti

     dal blog http://theindipendent86.spaces.live.com
    12 maggio

    IL PRESIDENTE DEL SENATO

    Schifani Renato Giuseppe (FI)
    Anagrafe: Nato a Palermo l'11 maggio 1950.
    Curriculum: Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
    Segni particolari: Porta il suo nome, e quello del senatore dell'Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le "cinque alte cariche dello Stato" (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L'ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani "il principe del Foro del recupero crediti", anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell'imprenditore Benny D'Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta:

    il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonio Mandalà con La Loggia. L'operazione avrebbe previsto l'assegnazione dell'incarico ad un loro progettista di fiducia, l'ingegner Guzzardo, e l'incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d'anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate.

    Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.
    (tratto da: www.antoniodipietro.com)

     

    Questa simpatica Carta d'Identità è tratta dal libro "Se li conosci li eviti" di Marco Travaglio e Peter Gomez.
    E proprio Marco Travaglio ha partecipato alla trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa"; ha parlato del nostro Presidente del Senato, Ranato Schifani.
    Adesso quasi tutti prendono le distanze dalle dichiarazioni fatte in trasmissione: PdL a parte, anche la senatrice Anna Finocchiaro e lo stesso Fabio Fazio, oltre anche al direttore generale della Rai, Claudio Cappon.
    In difesa del giornalista, Antonio Di Pietro, che scrive nel suo blog: "Esprimo solidarietà a Marco Travaglio perché ha fatto semplicemente il suo dovere raccontando quel che sono i fatti.
    Episodi che non possono essere cambiati o taciuti solo perché, da un giorno all’altro, una persona diventa presidente del Senato oppure, e solo per questo, cancellare con un colpo di spugna la sua storia ed il suo passato.
    Un giornalista che racconta, citando episodi specifici, non ha bisogno di alcun contraddittorio. Questo, semmai, deve essere fatto dai politici quando si confrontano tra di loro.
    Il cronista racconta come sono andati i fatti e paradossalmente vorrebbe dire che ogni qualvolta egli scrive o riporta la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore

    May 09

    30 anni dopo...

    Per ricordare i 30 anni dalla morte di Peppino pubblico una sua poesia...
    Non solo per non dimenticare, ma per portare sempre avanti le sue idee e le sue lotte!
     
     
    E venne da noi un adolescente
    dagli occhi trasparenti
    e dalle labra carnose,
    alla nostra giovinezza
    consunta nel paese e nei bordelli.
    Non disse una sola parola
    nè fece gesto alcuno:
    questo suo silenzio
    e questa sua immobilità
    hanno aperto una ferita mortale
    nella nostra consunta giovinezza.
    Nessuno ci vendicherà:
    la nostra pena non ha testimoni.
     
    Peppino Impastato 5/01/48-9/05/78