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2月8日 Sunday morning Brings the dawn in It's just a restless feeling by my side Early dawning Sunday morning It's just the wasted years so close behind Watch out the world's behind you There's always someone around you who will call It's nothing at all
Sunday morning And I'm falling I've got a feeling I don't want to know Early dawning Sunday morning It's all the streets you crossed, not so long ago Watch out the world's behind you There's always someone around you who will call It's nothing at all
Sunday morning Sunday morning Sunday morning
1月26日 Continuo il mio momento Caposseliano...ogni giorno una canzone sembra descrivere quello che succede o meglio sembra parlarmi al cuore.
Consapevole che questo momento non ha eguali, che anche ciò che può sembrare niente è tutto, che non c'è niente di meglio di un secondo di vita vissuta...vado incontro al mio destino...anche se ne ci credo, ne lo conosco!
Una giornata senza pretese
Sotto un cielo di nebbia che cielo non e' e' un altro giorno insicuro che io passo con te E ci troviamo qua tra lampioni e vetrine tra prezzi di scarpe liquori e cucine
E' stato forse per noia o per mancanza di vino siamo usciti di casa e andati incontro al destino destino normale fatto di punch e giornale di risate spremute e di parole taciute
E' una giornata senza pretese e non ci succede una volta al mese Stiamo qua abbracciati ad aspettare la sera e se mi guardi io non ti vedo ma mi ricordo del nostro amore stiamo qua messi qua ad aspettare la sera
E i miei occhi coi tuoi vanno incontro alla strada sui motori e le luci brilla altera la luna e non parliamo di niente in questa scura pianura L'auto va dolcemente dentro la notte piu' scura
E' una giornata senza pretese e non ci succede una volta al mese Stiamo qua abbracciati ad aspettare la sera e se mi guardi io non ti vedo ma mi ricordo del nostro amore stiamo qua messi qua ad aspettare la sera...
Vinicio Capossela
1月19日 Con una rosa
Con una rosa hai detto vienimi a cercare tutta la sera io resterò da sola ed io per te muoio per te con una rosa sono venuto a te
bianca come le nuvole di lontano come una notte amara passata invano come la schiuma che sopra il mare spuma bianca non è la rosa che porto a te
gialla come la febbre che mi consuma come il liquore che strega le parole come il veleno che stilla dal tuo seno gialla non è la rosa che porto a te
sospirano le rose nell'aria spirano petalo a petalo mostrano il color ma il fiore che da solo cresce nel rovo rosso non è l'amore bianco non è il dolore il fiore solo è il dono che porto a te
rosa come un romanzo di poca cosa come la resa che affiora sopra al viso come l'attesa che sulle labbra pesa rosa non è la rosa che porto a te
come la porpora che infiamma il mattino come la lama che scalda il tuo cuscino come la spina che al cuore si avvicina rossa così è la rosa che porto a te
lacrime di cristallo l'hanno bagnata lacrime e vino versate nel cammino goccia su goccia, perdute nella pioggia goccia su goccia le hanno asciugato il cuor
portami allora portami il più bel fiore quello che duri più dell'amor per sé il fiore che da solo non specchia il rovo perfetto dal dolore perfetto dal suo cuore perfetto dal dono che fa di sè
Vinicio Capossela
1月2日 "Gordon Brown ha salvato il mondo, Angela Merkel ha salvato il suo budget federale, Jose Manuel Barroso ha salvato la sua carica per un secondo mandato - e Nicolas Sarkozy ha salvato l’Europa. Adesso, mentre un anno orribile sta giungendo al termine fra ancora più terribili previsioni per l’Unione Europea, si fa avanti Silvio Berlusconi. Ha salvato David Beckham dall’oscurità di Los Angeles aiutandolo ad ottenere un prestito di 10 settimane alla sua squadra di calcio, l’AC Milan - garantendogli accordi con sponsor molto lucrativi e apparizioni su diversi canali televisivi gestiti dal suo impero Mediaset. Avendo compiuto la missione, e’ ora deciso a tutti i costi a salvare l’Italia e, come Gordon, il pianeta. Il primo gennaio, il giorno in cui Sarko non sarà più ufficialmente il presidente europeo, l’italiano presidente del consiglio (in italiano nel testo, N.d.T.) assumerà il controllo come presidente del G8 e, con illusioni di grandezza da togliere il respiro, è già impegnato a organizzare un vertice fra Barack Obama e il russo Dmitri Medvedev. Entro marzo, quando l’economia europea sarà probabilmente un disastro, Berlusconi prevede un vertice dei G14 - un’idea originariamente di Sarko per coinvolgere le economie emergenti - sulla “dimensione umana” della crisi finanziaria. Presumibilmente questo è linguaggio diplomatico che significa crescente debito personale, povertà, disoccupazione, disperazione e tutti e tutto ciò che di solito si associa alla tetraggine invernale di quella che è, potenzialmente, la recessione peggiore dalla seconda guerra mondiale. Specialmente nel suo paese, che è in recessione da due quadrimestri, che affronta un esorbitante aumento della disoccupazione, che vede il produttore di auto Fiat cercare un partner che lo rilevi per uscire dal suo tormento e, che senza l’euro e la Banca Centrale Europea che lui tanto disprezza, sarebbe in bancarotta. Berlusconi, che ha un capitale personale di circa dieci miliardi di dollari, e che è un architetto di riforme giudiziarie in serie per permettersi l’immunità dalla giustizia, è il leader politico che ha chiamato Obama “abbronzato” e che ha paragonato un deputato tedesco a una guardia di un lager nazista (Kapo). Il suo contributo al programma europeo di ripresa - un pacchetto-stimolo del valore di 200 miliardi di euro che equivale all’1,5% del prodotto interno lordo - sembra consistere in tagli alle tasse dei suoi sostenitori politici nelle piccole imprese e in sanzioni ridotte per evasori fiscali - equivalenti all’1% del prodotto interno lordo, secondo i politici italiani di opposizione. Il pacchetto è cosi’ irrisorio che la maggior parte degli analisti crede che possa perfino essere una riduzione delle spese. Adesso il settantaduenne playboy del mondo occidentale vuole diventare il presidente italiano, succedendo all’ex-comunista e leader sindacalista Giorgio Napolitano, un uomo di grande integrità, dopo il 2013. Presumibilmente per la vita, alla Mugabee, e, per perpetua immunita’ contro le azioni giudiziarie, alla Chirac. Questa è, in tutta serieta’, la persona che, per la rotazione, sarà presidente del G8 l’anno prossimo, quando è possibile che ci sarà un bagno di sangue economico in tutto il mondo. E’ ora di finirla con questo stupido processo e, come previsto per l’Unione Europea sotto il Trattato di Lisbona ora in stallo, di scegliere un presidente di genuina statura e capacità di visione per dirigere questo organismo per il lungo periodo. E specialmente dato che siamo tutti d’accordo che, come il Consiglio di Sicurezza Europeo e l’IMF/Banca Mondiale, dovrebbe essere permanentemente riformato per includere la Cina, l’India e le restanti economie emergenti. E’ già abbastanza grave che l’eurotossico Vaclav Klaus, il presidente ceco, diventi capo nominale dell’Unione Europea il primo gennaio (Ok, il suo primo ministro presiederà’ gli incontri). Questa rubrica preferirebbe vedere Sarko realizzare le sue ambizioni di diventare presidente a lungo termine dell’eurogruppo e leader de facto dopo il suo successo iperattivo nel dirigere l’Unione Europea per gli ultimi sei mesi. Forse potrebbe farsi carico anche del G8/G14 per il resto della sua permanenza in carica all’Eliseo - certo di essere prolungato dopo il 2012 per ulteriori cinque anni secondo il modello corrente. O datela a Tony Blair. A chiunque tranne che all’inadatto Berlusconi, il presidente indiscusso di Tangentopoli 2 (in italiano nel testo, N.d.T.), o città della corruzione, quello che il suo paese nativo e’ nuovamente diventato."
da the Guardian...tradotto sul blog di Antonio Di Pietro
12月23日 Ciò di cui ho bisogno è qualcosa con cui guadagnarmi il pane...
ma questo è ciò di cui ho bisogno materialmente...
ho anche bisogno di realizzare i miei obiettivi...
giovani e inconscienti si spera di realizzare i due bisogni contemporaneamente attraverso una professione....
ILLUSIONE!
cosa fare?
intanto ascolto....poi arriverà il momento di agire 11月26日
Grazie Peppe sindaco dei giovani....che schifo d'Italia!
Dopo aver letto “Reges nel Mirino” mi sento in dovere di raccontare la mia storia. Nel Maggio del 2007 a ridosso delle elezioni, un mio amico, o per meglio dire ex amico, e poi spiegherò perché, mi chiama chiedendomi se posso aiutarlo a dare un ripasso perché deve sostenere gli esami della patente europea, perché da li a poco la Reges gli ha assicurato che sarà assunto, se in regola con i requisiti, purchè lui garantisca un centinaio di voti al sindaco, e aiuti alcuni ragazzi ad essere eletti nella sua circoscrizione. Dopo aver fatto un pò di ripasso generale, questo amico affronta gli esami e li supera,e il lunedi successivo , il 14 maggio 2007 viene chiamato e subito assunto dalla società, così senza colloquio ne nulla, per 6 mesi. In questi sei mesi si allontana dalla comitiva fino a scomparire del tutto, scaduti i sei mesi, tenta di riavvicinarsi al gruppo per poi all’improvviso sparire nuovamente. La seconda “sparizione” è legata al “concorso specchietto per le allodole”, al quale ho fatto anche io domanda, ma non sono mai stata chiamata pur avendo la laurea ed l’esperienza nella pubblica amministrazione. Insomma, per farla breve, vado alla Reges a pagare una bolletta e me lo ritrovo li dietro lo sportello, mi dice che fa parte degli “eletti” che hanno superato il concorso e che adesso è a tempo indeterminato. Me lo dice con un certo imbarazzo, ma del resto se la sua bella faccia è li dietro uno sportello un motivo ci sarà. In pratica mi spiega che il concorso è stato fatto per regolarizzare coloro i quali hanno dato una mano durante le elezioni… E adesso lui e li.. io a casa a fare concorsi.. solo perché non voto a destra, non conosco il Sindaco, e non ho amici in circoscrizione…
Così è la vita..(qui a Reggio)
Cordiali saluti, Laura Romeo
by strill.it 11月20日 Così una simpatica notte ho raccontato una divertente storiellina a dei miei amici tedeschi...ignari di ciò che gli sarebbe capitato a breve!!!
in the woodland of my fantasy there is a fucking number of mad animals that i have invented. They make me smile when i'm sad, but also when i'm happy, but also when i'm medium...that is they make me always smile. There is a young cow with balsa feet, a young cow with sponge feet and guess...there is also a young cow with cobalt feet. There is also a young cow with tuna feet. I have invented 4 little animals and they're the animals of my and of your fantasy.
But what happened? One day the young cow with balsa feet went to the young cow with cobalt feet and said that the young cow with tuna feet speak bad about him. He said that his feet aren't real cobalt feet, but they are bread feet covered with cobalt. The young cow with cobalt feet answered and said "dear young cow with balsa feet, you are a lier!!!! the young cow with sponge feet told me the truth. He put a micro-spy in your feet and in the feet of the young cow with tuna feet and he discovered that you invented a lying story!!!
So there was a trial and as punishment for this lying story they cut the balsa feet.
What happened later?
In this woodland the young cow without the balsa feet complained a lot when, at once, another new friend came and he said "i introduce myself. I'm the fag bear and as you have understood i'm going to....."
Imagine the end of this story!!!!
Special thanks to Elio e le storie tese!
11月11日 Quando si arriva al fondo, normalmente, si risale.
In America dopo il fallimento delle politiche di Jimmy Carter, presidente democratico, si è svoltata pagina...completamente...purtroppo forse!
Venne eletto Ronald Reagan, incominciarono ad essere attuate le politiche neo-liberiste che tutti noi conosciamo...l'America vinse la guerra fredda e il blocco sovietico collasso sotto la spinta dei colpi frenetici dell'economia americana.
Tutte le cose che iniziano hanno una fine.
George W. Bush ha messo la parola fine alla fine di queste politiche facendo aprire gli occhi al popolo americano...il neoliberismo non porta da nessuna parte...se non alcuni.
E quando si arriva al fallimento...ci si aggrappa alla speranza. Quella speranza che milioni di persone hanno visto in Barack Obama.
L'uomo nuovo. Sicuramente.
Una nuova america? Forse.
Certo è bello assistere a questo cambio probabilmente epocale...e assistere al modo in cui lo sconfitto McCain e l'uscente Bush hanno salutato il nuovo presidente eletto. Correttezza, stile...spirito democratico. O forse solamente rispetto delle tradizioni.
E in Italia????
Montanelli diceva che la medicina per guarire dal Berlusconismo era Berlusconi. Gli Italiani avrebbero capito...un po come gli americani in questi anni di cambiamento.
Invece no.
Quando si arriva al fondo, gli italiani, continuano a scavare.
11月2日
Pietro Calamandrei fu professore durante il fascismo, uno dei pochi a non avere nè chiedere mai la tessera del partito. Nel 1950 fece un discorso sulla Scuola, parole che sembrano dette oggi e che fanno davvero paura.
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili,s i studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private.
Ecco l'operazione: lasciare che le scuole di Stato vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." Piero Calamandrei
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell'Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l'11 febbraio 1950 10月31日 Caschi, passamontagna e bastoni. E quando passa Cossiga un anziano docente urla: "Contento ora?"
Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti di CURZIO MALTESE
AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
 Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
Come al G-8....stesso Governo, stesso Fascismo 10月30日
17x60, Amnesty fa musica per i nostri cervelli
Paolo Zanca
Musica. Questo è il linguaggio con cui parlare di diritti umani. Amnesty, in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani (pdf) che ricorre il prossimo 10 dicembre, non ha dubbi. Più che i convegni, i seminari, le paginate di intenti, vale una canzone. Per questo ha chiesto a 17 artisti italiani di regalargli un pezzo che raccontasse piccole grandi storie di violazioni, di soprusi, di diritti calpestati. Ne è nato un cd, 17x60 il titolo, che sarà nei negozi dal 17 novembre, ma è disponibile già da ora: chi lo compra, non si fa solo una bel ripasso di civiltà, ma aiuta anche Amnesty a continuare il suo lavoro in difesa dei diritti umani. Nel mondo ma anche qui da noi.
Già perché le storie raccontate dai diciassette artisti non sono per niente "esotiche". Di violenze e discriminazioni ne sappiamo qualcosa anche noi. Ivano Fossati, in Pane e coraggio racconta dei migranti costretti a scontrarsi con le nostre leggi barbare, i Subsonica parlano del Canenero che affolla gli incubi di tanti bambini vittime di pedofilia, l’Avanzo di galera di Max Gazzè entra nelle carceri e nelle vite di chi è ingiustamente privato della libertà, i Modena City Ramblers in Ebano mettono in musica la storia di una ragazza africana finita sui marciapiedi. E poi ancora Daniele Silvestri, i ritmi di Enzo Avitabile e dei Sud Sound System, Gianmaria Testa, Paola Turci, Mariella Nava insieme a Dionne Warwick, Samuele Bersani, Giorgio Canali e i Rossofuoco, Elena Vittoria, Eugenio Bennato, Niccolò Fabi, Antonella Ruggiero e Jovanotti.
Per gli artisti, come ci spiega Francesco "Fry" Moneti dei Modena, non si tratta di «una lavata di coscienza», di uno spot: «Quella con Amnesty è una collaborazione che va avanti da anni, un nostro modo di gridare insieme contro tutti i tipi di soprusi». Quelle raccolte in 17x60 sono tutte canzoni già uscite, ma riascoltarle in questo contesto è tutta un’altra cosa. Sarà che sono giorni in cui di voci di libertà ne sentiamo assoluto bisogno. Sarà che il 2008 avrebbe dovuto essere l’anno dedicato ai diritti umani e invece in giro se ne sono visti pochi. Sarà, come dice il presidente della Sezione italiana di Amnesty, Paolo Pobbiati, che mai come negli ultimi mesi nel nostro Paese «si sono usati toni all’insegna della paura, dell’insicurezza, della xenofobia». Dalle leggi sull’immigrazione, alla caccia alle prostitute, fino alla minaccia di mandare la polizia nelle scuole. Non è modo di parlare. «Il confronto – sostiene ancora Pobbiati – va sollecitato in termini pacifici, quando si usano toni ostili, sia apre la strada a fatti tragici, come successe a Genova nel 2001». Difficile dargli torto. E difficile non raccogliere l’appello di Amnesty: facciamo in modo che il 10 dicembre, quando si festeggerà l’anniversario della Dichiarazione Universale, 17x60 sia in classifica. 10月25日 Le parole di Cossiga stanno sconvolgendo tutti...come può un tale senatore dire certe assurdità...non si può permettere!!!
Ma....secondo me è inconcepible questo dibattito!!!
Cossiga dice la verità, ma purtroppo quando una persona dice la verità la scambiano per pazza!
Questo è quello che succedeva ai suoi tempi, questo è quello che succede ora...vedi G-8!
Di cosa ci meravigliamo?
Delle sue parole o della realtà?
Apriamo gli occhi! 10月15日 " Io, prigioniero di Gomorra lascio l'Italia per riavere una vita"
di GIUSEPPE D'AVANZO
ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".
La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".
 Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile. E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.
Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".
A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana. La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.
10月13日
Don Ciotti: "La lotta alle mafie non è una priorità del paese"
Il fondatore di Libera: "Inquietante che in questo clima la Commissione antimafia non sia ancora insediata e operativa". Beni (Arci): "Pericoloso arretramento" di CLAUDIA FUSANI

ROMA - "E' inquietante che in un paese dove governo e parlamento sono velocissimi nell'approvare provvedimenti che riguardano gruppi ristretti di persone, lo stesso governo e lo stesso parlamento, ad oltre cinque mesi dal loro insediamento, non siano ancora riusciti a far partire la Commissione parlamentare Antimafia. Come se la politica non sentisse la necessità di avere voce su quello che accade ogni giorno, su un'emergenza come quella della criminalità organizzata". Come se non ci si stupisse più, come se tutto fosse statistica, con quell'assuefazione lenta che è il primo passo per non indignarsi più.
Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, parla davanti a studenti e insegnanti. Continua a farlo, non ha mai smesso anche se qualche anno fa la sua era una voce tra tante e oggi è una delle poche che ancora trova la forza di alzarsi contro il potere delle mafie. L'occasione è la partenza della Carovana nazionale antimafie, edizione numero 12, dodici viaggi suddivisi in oltre cento tappe attraverso paesi, cittadine e città. Un modo, dice Paolo Beni, presidente dell'Arci, con Libera, Banca Etica, Fondazione Unipolis, Unipol, Avviso pubblico, Cgil e Cisl tra i promotori della Carovana, "per coinvolgere le persone a parlare e a confrontarsi su un tema come quello dell'emergenza criminale che sembra scomparso dalle priorità del paese. Le persone non parlano più, non comunicano più, ricevono solo messaggi dalla tivù con cui non possono interagire".
Due sindaci calabresi, di Gioia Tauro e Rosarno - è cronaca di stamani - arrestati perchè collusi con il clan Piromalli, uno dei più spietati della 'ndrangheta. Il Parlamento tace, la Commissione Antimafia ancora non è in funzione. I casalesi sparano, uccidono, per dare una lezione, " a caso contro i neri", diciassette "azioni", come le definiscono i verbali di polizia, tra omicidi realizzati e tentati dal 2 maggio al 5 ottobre. Il Parlamento tace, la Commissione Antimafia non si è ancora convocata, non è stato nominato neppure il presidente. Le mafie, tutte, allungano le mani sugli appalti miliardari dell'Expo, la magistratura ingada e il Parlamento, di nuovo, tace.
 Così vanno le cose. L'insediamento dell'Antimafia è tradizionalmente una faccenda lunga, all'inizio di ogni legislatura deve essere approvata la legge che conferisce i poteri e individua deputati e senatori membri dell'organismo bicamerale. Qualcosa che accade quasi sempre dopo la pausa estiva. In questa sedicesima legislatura, però, c'è un di più di lento e farraginoso, soprattutto rispetto alla velocità con cui invece il Parlamento legifera e il governo decide.
"Il ruolo dell'Antimafia dovrebbe essere proprio quello di chi chiede e pretende la responsabilità della politica rispetto a questi temi così urgenti per il paese e per il rispetto della legalità" insiste il fondatore di Libera. Un silenzio che pesa e che denuncia, aggiunge Paolo Beni, "un pericoloso arretramento nella lotta alle mafie, un abbassamento della guardia nonchè il progressivo svuotamento dei poteri parlamentari".
E' come se in Italia ci fossero due codici penali, "uno - dice don Ciotti - per i cittadini italiani, un altro per i diversi, i poveri, gli stranieri". Non solo: "Ci preoccupiamo di punire le prostitute ma la lotta alla criminalità organizzata non è una priorità". Per il fondatore di Libera "l'ordinanza anti-lucciole a Roma favorirà gestioni mafiose della prostituzione". E' sbagliato "far sì che le ragazze vengano confinate negli appartamenti, per aiutarle abbiamo bisogno di incontrarle sulla strada". Con la Turco-Napolitano, la legge sull'immigrazione precedente alla Bossi-Fini, "7.500 ragazze hanno lasciato il giro e lo sfruttamento grazie alla regolarizzazione prevista per chi denuncia il proprio sfruttatore".
Con queste premesse, la Carovana si mette in cammino oggi dalla Casa del jazz di Roma, una bellissima villa ricavata dalla confisca dei beni della banda della Magliana. Cento tappe che toccheranno tutte le regioni d'Italia in due diversi percorsi, verso il Nord e verso il Sud per ricongiungersi a metà dicembre nella tappa finale di Ragusa. "'Le mafie non moriranno mai se non cambia il modo di fare politica e non si creano politiche sociali nei territori'' dice don Ciotti. Finchè lo Stato non proverà a dare in quanto diritto ciò che le mafie danno come favore.
10月8日 Durante la lezione di Human Rights il professore prende un volantino del British National Party e sorridendo incomincia a leggere il programma.
Al punto in cui sostengono di mettere limiti all'immigrazione perchè il "nostro Paese è ormai pieno" la classe scoppia in un boato. I ragazzi e le ragazze ridevano quasi con le lacrime agli occhi. E il prof continuava a ridere con quel sorriso tipico di chi vuole sbeffeggiare qualcuno.
Sono in Inghilterra....
Non in Italia. 10月2日 non sono più in Italia, mi manca....ma quando sento certe cose non posso che ringraziare il Cielo per essere a più di 1000km di distanza. Però è bene conoscere i nostri nemici e quindi pubblico sul mio blog questo delirante comizio del vicesindaco di Treviso Gentilini.
"Popolo della Legaaaa La Lega si è svegliataaaaaa Le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega. La mia parola è rivoluzione. Questo è il vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo. Voglio la rivoluzione contro i clandestini. Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n'è più neanche Uno Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anzianiiiiii Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero. Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il c... a quei giornalisti. Non li voglio più vedere... Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie eclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No Vanno a pregare nei desertiiiii Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto. Bastaaaaaa Ho scritto anche al Papa: Islamici, che tornino nei loro paesi. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti.
Voglio la rivoluzione contro chi vuole dare la pensione agli anziani familiari delle badanti extracomunitarie. Sono denari nostriiiiii E io me li tengo. Questo è il vangelo di Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri... Ma non avanzerà niente Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee Voglio la rivoluzione contro i veli e il burqa delle donne. Io voglio vedere le donne in viso, anche perché dietro il velo ci potrebbe essere un terrorista e avere un mitra in mezzo alle gambe. Che mostrino l'ombelico caso mai....
Ho scritto al presidente della Repubblica che bisogna dare un riconoscimento all'usciere di Ca' Rezzonico che ha vietato l'ingresso alla donna islamica. Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro perché sono loro che l'hanno prodotta Io non lo tollero...Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto? Il voto spetta solo a noi. Ho bisogno del popolo leghista.
Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini. Ho bisogno di voi. Statemi vicini. Non voglio vedere questa gente che gira di giorno e di notte. Un abbraccio a tutti, viva la Lega". 9月29日 Ambientalisti e lord inglesi sulle barricate. Stop al progetto
Siena e l'aeroporto della discordia battaglia per salvare le colline
di GIOVANNI VALENTINI

SIENA - Le visite del pubblico ai giardini di Villa Chigi, costruita alla fine del Seicento per celebrare l'elezione di papa Alessando VII e oggi proprietà di Lord Lambton, al momento sono sospese. Ma basta allungare il collo oltre il cancello dell'ingresso per scorgere sulla facciata un grande lenzuolo bianco con la scritta: "No ampliamento di Ampugnano", con la sagoma nera di un aeroplano che attraversa la "O" per simulare un segnale di divieto. Evidentemente, neppure il ricco gentiluomo inglese che si divide fra Londra e questa storica dimora toscana vuole che ora il piccolo aeroporto nel Comune di Sovicille, insediato negli anni Trenta come scalo militare in un'ex palude ai piedi delle colline senesi, venga esteso e ingrandito per diventare un aeroporto commerciale di linea.
Forzando il paragone, equivarrebbe ad aprire una pista d'atterraggio in via dei Fori Imperiali, tra il Colosseo e piazza Venezia, a Roma; oppure, a installare un eliporto in piena piazza del Duomo, a Milano. Un'offesa al paesaggio e alla natura, insomma. Una minaccia per l'ambiente e per la salute della popolazione locale. E anche un attentato a quello straordinario patrimonio di edifici e costruzioni antiche, beni culturali e opere d'arte di cui abbonda questo cantone del Belpaese. Ma, proprio in coincidenza con la crisi della nostra gloriosa compagnia di bandiera, il caso assurge a paradigma nazionale di un'assurda tendenza a disseminare mini o addirittura micro-aeroporti su tutto il territorio, a 50-60 chilometri l'uno dall'altro, piuttosto che potenziare i collegamenti - ferroviari e stradali - con gli scali più grandi già in funzione.
Nei giorni scorsi, a un anno dall'inizio della mobilitazione popolare contro l'ampliamento di Ampugnano, il Consiglio regionale della Toscana ha approvato una mozione con cui vincola alla "sostenibilità ambientale" lo sviluppo del sistema aeroportuale toscano, imperniato sui due scali principali di Firenze e Pisa. Nel testo non viene citato l'aeroporto di Siena. Ma nel corso della seduta speciale del 16 settembre l'assessore ai Trasporti Riccardo Conti, riferendosi al precedente Pit (Piano di indirizzo territoriale) e al Master Plan degli aeroporti, ha ribadito che questo è uno scalo "di tipica dimensione locale" e ha denunciato pubblicamente una pericolosa "sbornia aeroportuale" che minaccia la Toscana.
 In questi documenti ufficiali si legge in effetti che lo scalo di Ampugnano, gestito oggi da una società sostanzialmente privata, dispone al momento di una pista di 1.393 metri in grado di accogliere soltanto piccoli aerei. E in base agli ultimi dati disponibili, risulta che nel 2005 i voli sono stati 10.850 con appena 12.507 passeggeri: il che significa che si tratta prevalentemente degli aeroplanini della scuola di volo, di pochi aerei privati da turismo e di qualche volo charter. Lo stesso Master Plan conclude esplicitamente che sono "da escludere rifacimenti della pista per allungarne lo sviluppo e renderla idonea ad aerei più grandi, per la sua inutilità e per motivi di evidente e giustificato impatto ambientale: meglio puntare sulla clientela "high spending" che sulla quantità!" (anche il punto esclamativo alla fine è testuale).
Eppure, dopo il passaggio dell'Aeroporto di Siena Spa dalla mano pubblica a quella privata con una procedura tutt'altro che trasparente, era stato predisposto un maxi-piano di sviluppo che prevedeva un investimento di 80 milioni di euro, con un traffico di 350 mila passeggeri e di 70 voli al giorno nel 2012, destinati a salire nel 2020 rispettivamente a 490 mila e 90. Al centro dell'operazione, il nuovo azionista di riferimento e cioè il fondo d'investimento lussemburghese Galaxy, partecipato dalla Cassa depositi e prestiti e quindi in buona sostanza finanziato da capitale pubblico, con al fianco la potente banca cittadina, il Monte dei Paschi di Siena: "È piuttosto probabile - commenta Fernando Giannelli, giovane e combattivo avvocato del Comitato contro l'ampliamento di Ampugnano - che l'operazione, maturata in ambienti politici e senza una regolare gara internazionale, sia in realtà una psedudo-privatizzazione". Da qui, la più che comprensibile protesta della popolazione locale che per il momento è riuscita a bloccare il progetto, ma resta tuttora sul piede di guerra nel timore di sorprese o colpi di coda.
Il fatto è che in questo territorio si trovano, oltre a una riserva naturale statale, ben quattro riserve regionali e quattro siti di interesse comunitario (Sic). Si calcola che l'ampliamento dell'aeroporto, secondo il progetto originario, produrrebbe la cementificazione di 157 mila metri quadrati, l'equivalente di 23 campi di calcio, in mezzo a 36 mila ettari di boschi, prati, alvei fluviali e aree agricole tradizionali. Un disastro ambientale annunciato, dunque, con pesanti ricadute sull'inquinamento dell'aria e dell'acqua, oltre che naturalmente su quello acustico. E tutto ciò, per di più, con lo spreco di risorse pubbliche o comunque di provenienza pubblica, per ingrandire uno scalo-fantasma a beneficio di un malinteso sviluppo affidato a un turismo dei numeri, "mordi e fuggi".
È risultata tanto efficace però la mobilitazione popolare che per ora il piano è stato apparentemente congelato o comunque ridimensionato: tanto che oggi il presidente della società aeroportuale, Enzo Viani, ex dirigente del Monte dei Paschi di Siena, preferisce parlare più modestamente di "adeguamento" dell'impianto. Con una spesa di 20 milioni di euro, si tratterebbe soltanto di allungare la pista di 107 metri per portarla ai 1.500 totali già autorizzati nel 2002, ottenendo così la certificazione che consentirebbe l'atterraggio e il decollo di piccoli aeroplani da 40-60 posti, in grado di collegare Siena con Roma o Milano. E questo sarebbe sufficiente, secondo i dirigenti della società, per riportare finalmente in pareggio un bilancio che accusa un milione di perdite all'anno.
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